Grazie a Guido Ceronetti che l’ha scritto, e a Francesco che me l’ha svelato.
Due volte al giorno, verso le sei del mattino e le cinque dellla sera, una tazza ripetuta di Tè verde della Cina arriva con la sua infallibile virtù unitiva, confirmativa, risuscitativa, a disincagliarmi e a preservarmi da ogni specie d’inerzia, d’inebetimento, di abbattimento.
Messaggi clandestini, che trovano orecchio, avvolti in carta di riso, nella Luce.

Non sono un orientale. I miei gesti rituali non vengono dai Maestri; somigliano piuttosto ad un’abitudine carceraria, continuata negli anni. In piedi, sempre, vicino ad una finestra con la tendina scostata… Ma di Oriente orientante mi resta la fiducia che nell’uscire in giusta misura da sé stessi, e abitualmente, non c’è nulla di pericoloso, e che vedere, sentire e incontrare spiriti non è inquietante.
Lo Spirito del Tè comincia appena disceso a operare. Leggere pressioni interne, agopunture invisibili, scatti tempestivi del sensorio, sampàn di lumettini, coloriture improvvise di silenzi, un susseguirsi puntuale di eccitamenti che vanno dall’occhio interno (che forse è un orecchio o una mano) lungo le disirrigidite vertebre, al coccige resurrecturo. Allora nel buio molte finestrine tornano vive, e le parole faticano meno a ritrovare il loro principio negli spazi lontani.
Pace del massaggio, radice del suono, bontà dello strofinamento occulto. Guardare da una pausa di connessione quel che è sconnesso e lacerato, è un momento senza morte. Fare arretrare di appena un poco il margine del finito, per molte ore rischiara.

Nel combattimento per contrastare mentalmente quel che nel tempo è verificabile come aggressione materialmente incontrastata della tenebra all’anima liberatrice che il Tè aiuta a ritrovare e a decifrare, imparo a non aborrire in eccesso le tenebre, per non distruggere le poche possibilità di penetrarne il segreto.
Senza curiosità disperata in continuo movimento, la disperazione non avrebbe limite.
Il soffio del Tè s’infonde negli angoli morti, non si sgomenta d’interrogare statue imbracate.
Tra le crepe dell’arido introduce qualche sua goccia, allo scolorito ridà figura.
Grattando le buche abbandonate ne fa uscire qualche suono di ribàb incantato.I pensieri non diventano miei con molta facilità; quelli miei chiunque se vuole può farli propri, qualunque sia il suo eccitante, senza bisogno di nome: il pensiero non pronuncia né Tuo né Mio.
(Guido Ceronetti, Pensieri del tè, Adelphi 1987)




by Francesca
26 lug 2010 at 17:40
foto che racchiudono un mondo senza parole, mentre qualcun altro parla (e le parole diventano melodia che accompagna quello che mi stai comunicando veramente)
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26 lug 2010 at 18:19
[...] This post was mentioned on Twitter by Francesca Verde, LaSere. LaSere said: ha aggiornato il suo blog sul tè: "Messaggi clandestini avvolti in carta di riso" – http://tinyurl.com/2w9pomw [...]
by LaSere
26 lug 2010 at 18:44
ben più di quanto sperassi: l’alchimia tra immagini e parole non sempre riesce a dovere (specie quando le parole sono altrui).
per me è un testo quasi ipnotico. ci sono frasi che non smetto di rileggere, e certe volte ne invidio il senso, certe altre mi godo il mero suono.
come sempre grazie, Francesca :-)