Vi presento il compagno prediletto di questi giorni post-panettone (e anche torrone, e panforte, e ricciarelli… ma sorvoliamo!): un tè puerh la cui denominazione precisa è 1990’s Sheng CNNP Da Ye Menghai Fang Zhuan Cha (acquistato da Tea Masters), che detto così, bisogna dire, spaventa un po’.

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Ma vale la pena provare a decifrarla, perché questa denominazione altro non è che un biglietto da visita attraverso cui il tè ci si presenta, e conviene prendere l’abitudine a prestargli la dovuta attenzione. Tentiamo:

“1990″ è l’anno in cui le foglie sono state raccolte e lavorate: significa che questo tè è andato incontro ad una “maturazione” di 20 anni, appena suonati; “sheng” significa approssimativamente “verde”, o anche “crudo”, e qui sarebbe opportuno entrare in un territorio abbastanza complesso che è quello relativo alle diverse lavorazioni possibili del puerh… e prima o poi proveremo, prometto; per il momento basterà dire che un puerh sheng – o raw o cru che dir si voglia, rispettivamente in cinese, inglese e francese – è un tè che non è stato sottoposto ad un processo di pseudo-invecchiamento e fermentazione artificiale, indotti tramite una combinazione di umidità e calore, bensì ad una maturazione affidata esclusivamente al lento passare degli anni; “CNNP” è una sigla che sta per China National Native Produce and Animal By-products Import and Export Corporation, società leader in Cina per quanto riguarda l’esportazione dei prodotti più vari, incluso il tè puerh, sua attività originaria, che viene da loro non solo esportato ma anche prodotto (ha una divisione apposita che se ne occupa, la CNNP Yunnan Tea Branch); “Da Ye” si riferisce alla specifica varietà (cultivar) di Camellia sinensis da cui queste foglie provengono: la Da Ye – o dayeh – è una varietà dalle foglie particolarmente ampie e coriacee, normalmente impiegata per i puerh; “Menghai” è il nome della regione geografica da cui questo tè proviene, che si trova nella provincia dello Yunnan, da cui il tè puerh ebbe origine; “fang zhuan” indica il suo essere pressato “a mattonella” (genericamente “zhuan cha”) in forma quadrata; infine “cha”, com’è noto, significa semplicemente tè.

Approfitto di questa disamina anche per mettervi (e mettermi) in guardia: quando ci si trova in un negozio – reale o online fa lo stesso – che vende tè non bisognerebbe mai accontentarsi di una generica descrizione “tè puerh” (accade più spesso di quanto si pensi), che di per sé significa tutto e niente: è un po’ come entrare in un’enoteca e sentirsi dire Ecco, questo vino è un vino, senza altre specificazioni; un po’ limitato, no? :)

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Nonostante i suoi vent’anni d’età – che comunque non sono affatto granché in confronto ai “veterani” che è possibile trovare sul mercato (a dei prezzi spesso inavvicinabili) – non si tratta di un puerh particolarmente pregiato, essendo composto da foglie di ogni grado, e quindi anche quelle più mature e coriacee, compresi alcuni rametti, come si può vedere in foto. La pressatura è particolarmente serrata e bisogna prestare speciale attenzione nello sfogliare il panetto, per rompere meno foglie possibile (troppe foglie sbriciolate potrebbero portare dell’amaro in tazza).

Dalla sua ha comunque un buon invecchiamento: lo si intuisce già annusando le foglie asciutte, che non presentano traccia di quell’odore “di cantina” – leggi: di muffa – che c’è sempre il rischio di incontrare nel caso di puerh d’annata, quando il tè non sia stato conservato adeguatamente, bensì in condizioni di eccessiva umidità.

In tazza dispiega un ventaglio di calde sfumature prima rossastre, poi aranciate, via via più chiare e trasparenti con l’andare avanti delle infusioni: con un’unica “dose” si può tranquillamente andare avanti un’intera giornata, infondendo le stesse foglie ripetutamente senza che il caratteristico aroma da sheng maturato venga meno: terroso ma morbido e rotondo, senza amarezza né astringenza, con le tipiche note di legno bagnato, di sottobosco.
Nella fattispecie, questo non presenta un gusto particolarmente complesso, non sorprende con quel retrogusto inaspettatamente dolce che sanno a volte regalare i puerh più maturi… nonostante ciò è un tè assai piacevole, con una personalità chiara, equilibrata e matura al punto giusto.

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Per prepararlo ho usato un piccolo gaiwan d’argilla non smaltata, acquistato per pochi euro da Tè e teiere durante il mio recente viaggetto a Roma e già divenutomi indispensabile per la sua estrema praticità e per il suo sposarsi alla perfezione con questa tipologia di tè (l’argilla, essendo porosa, ha la capacità di “smussare” e addolcire il gusto del puerh, assorbendone gli eventuali eccessi); mi sono un po’ discostata dal metodo ortodosso del gongfu-cha: ho usato una quantità minore di foglie – l’equivalente di un cucchiaino ben colmo per circa 150 ml d’acqua – e tempi più lunghi di infusione (1′30”, 2′, 3′, 4′30”, 6′30”, 10′ …).

Quanto al perché un puerh del genere possa – oltre che deliziare il palato – tornar utile per “riprendersi dalle feste”, come recita il titolo di questo post, bè, credo sia superfluo ripeterlo: le proprietà sostanzialmente medicinali di questa tipologia di tè sono risapute e apprezzate da secoli in Cina, e da qualche anno anche in Occidente, ma tant’è, ricordiamole pure: il puerh è un acerrimo nemico dei grassi presenti nell’organismo, ne induce lo smaltimento – ciò si traduce in pratica in un aiuto nella diminuzione del colesterolo così come del peso corporeo – e di conseguenza promuove un generale “ripulimento” del corpo; facilità anche la digestione e il transito intestinale, sgonfia l’addome, dona una sensazione di generale leggerezza… Il suo essere povero di caffeina, poi, fa sì che non vada a disturbare eventuali situazioni di ipertensione, nervosismo o insonnia.
Berne in quantità, soprattutto in questi giorni di disintossicazione forzata, è un vero toccasana, se per caso non si fosse capito ;)

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