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Pausa tè: Addio a una vista

«Non ce l’ho con la primavera
perché è tornata.
Non la incolpo
perché adempie come ogni anno
ai suoi doveri.

Capisco che la mia tristezza
non fermerà il verde.
Il filo d’erba, se oscilla,
è solo al vento.

Non mi fa soffrire
che gli isolotti di ontani sull’acqua
abbiano di nuovo con che stormire.

Prendo atto
che la riva d’un certo lago
è rimasta – come se tu vivessi ancora -
bella com’era.

Pausa tè: Addio a una vista

Non ho rancore
contro la vista per la vista
sulla baia abbacinata dal sole.

Riesco perfino a immaginare
che degli altri, non noi,
siedano in questo momento
su un tronco rovesciato di betulla.

Rispetto il loro diritto
a sussurrare, a ridere
e a tacere felici.

Suppongo perfino
che li unisca l’amore
e che lui la stringa
con il suo braccio vivo.

Qualche giovane ala
fruscia nei giuncheti.
Auguro loro sinceramente
di sentirla.

Pausa tè: Addio a una vista

Non pretendo alcun cambiamento
dalle onde vicine alla riva,
ora leste, ora pigre
e non a me obbedienti.

Non pretendo nulla
dalle acque fonde accanto al bosco,
ora color smeraldo,
ora color zaffiro,
ora nere.

Una cosa soltanto non accetto.
Il mio ritorno là.
Il privilegio della presenza -
ci rinuncio.

Ti sono sopravvissuta solo
e soltanto quanto basta
per pensare da lontano.»

La poesia è di Wisława Szymborska, si intitola Addio a una vista ed è contenuta nella raccolta La gioia di scrivere (Adelphi, 2009).

La piccola tazza scabrosa ha dovuto cuocere cinque giorni interi in un forno a legna di La Borne – un piccolo villaggio francese, rifugio e grembo di ceramiche e ceramisti fin dal XII secolo – prima di arrivare tra le mie mani: è piena di bruciature, di piccole ferite, di preziosissime imperfezioni. E’ nata già vecchia, ora non ha che da disimparare: mi piace tanto anche per questo. E’ opera di questo signore qui, e io sono riuscita a procurarmela tramite questo blog.

A far da specchio a nuvole e rami c’è un tè altrettanto prezioso: un puerh sheng (”verde”, o “crudo”) in foglie sfuse invecchiato quarant’anni – è degli anni Sessanta. Proviene da Nada Cha: un pacchettino di appena 10 grammi finito in fretta e subito rimpianto. Una piccola teiera in argilla e infinite infusioni di pochi secondi appena, rosso scuro: terra morbida e matura, amabile, via via più dolce.

Quanto al cielo che si riflette: è il mio.

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