«Questa è la terra, il blu che vedi è mare» (o di Genova che sa e deve dirsi da sé)

A Genova io ci sono stata a ridosso del Natale. Tocca fissarla qui prima che sbiadisca, anche se non è più tempo né atmosfera né niente di niente.
Fissarla più che altro con le immagini, ché Genova io credo non la puoi raccontare, ma solo navigarla a vista, da dentro: farti ingoiare: dal Porto Antico fino a su su su, fino a sotto quel piccolo gazebo dietro il museo d’arte orientale, o fino al terrazzino quadrato in cima a Palazzo Rosso – meglio se al tramonto, meglio se non te l’aspetti come io non me l’aspettavo e allora ti squarci in brandelli e finisce che dici e scrivi ai quattro venti No ma guarda che Genova è la città più bella del mondo, ce ne ho le prove e una di queste eccomi sono io stranamente ancora viva.
Genova insomma sa dirsi da sé, e io allora stavolta non dico, ma faccio dire, anche perché non ho parole mie, ultimamente, e oggi meno che mai. Torneranno? Chissà. Per il momento auguriamoci di no, perché sarebbe come esibire piaghe fresche e altri orrori e io lo so che non si fa.
E quindi intanto chiamo a raccolta tre poeti dietro cui urlare senza che mi sentiate, e uno in particolare lo nomino cicerone con la sua Litanìa fatta a pezzetti, e la città spezzettata anche lei, soprattutto, con tutta questa mia gratitudine per essermisi infilata dentro come ago o lingua d’acqua, come mano che afferra, tira, dissangua e libera; nonostante me.
Torneremo a parlare di tè, spero, prima o poi. Intanto questo è, perché altro non è dato.

~

«Soltanto questo crescere
indifferente allo sguardo e pieno
di ciò che ha visto
era possibile: se ci sono
due barche
non contava il loro punto d’incontro, ma la bellezza
del cammino dentro l’acqua: solo così,
solo adesso, non spiegare.
Ed è atroce
ma bisogna dire di no alla sua fonte che
piange e non capisce, e ama
come per millenni si è amato, promettendo
in una terrazza buia, accarezzandosi
tra le foglie minacciose.»

(Milo De Angelis, Somiglianze, in Poesie)

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Di ancora Roma sminuzzolata e auguri d’ordinanza

Io, ogni volta che torno a Roma (ma anche a Milano) (ma soprattutto a Roma), mi rendo pienamente conto di quanto son provincialotta fin nel profondo del mio provincialotto animo.

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Metà “Topolino va in città” e metà “Fievel sbarca in America”, mi ritrovo a vagare in preda ad una sorta di agitazione psico-motoria molesta e illuminata insieme, che mi porta ad esibirmi in continui ooohhh e uuuhhh (talvolta, per fortuna, silenziati nel pensiero) al cospetto di tutto quel bendidio di stimoli che la Grande Città mi squaderna davanti con un “serviti pure” che io, immobilizzata da un eccesso di ingordigia, sulle prime guardo a occhi spalancati senza sapere da dove cominciare: fino a che mi tuffo, a caso, cercando di arraffare tutto quel che mi capita a tiro e riempiendomene la tasche fino a far saltare le cuciture.

E dunque: pronti per il consueto lancio di minuzzoli? … Continua a leggere →

Domenica di cuori trafitti (al gelsomino) e sinestesiche “correspondances”

Da poco tornata dai miei tre giorni romani, avrei da radunare i consueti minuzzoli: le cose scoperte e quelle dimenticate, i quadri percorsi, le bufferìe del mio viaggiare da Sbirulino. Ma rimando.

Oggi è domenica grigia di piacevole malinconia, di quelle che tutto è molto fermo in bilico e piace così, da smuoverlo meno che puoi.

Allora leggo di Gauguin, di Bernini e Borromini, riassaporando quel che ho visto e preparandomi a quel che vedrò; poi in una pausa vi racconto il tè che ho scelto da contrappeso, da starci immersa tutto il dì, e che mi fa i pensieri soffici, frivoli e romantici come piumini da cipria… Ma sospetto sia un effetto collaterale fin troppo intuibile dall’apposito apparato fotografico, di rara sobrietà ;-)

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C’è chi sostiene che le foglie di tè non vadano toccate con le mani… Bene: io il tè lo risveglio col tepore che è mio, con dita e palmi e anche respiro, sempre, prima di farne liquido da bere. Ingiusto mi parrebbe semmai il contrario: privarci di questi intimi convenevoli, di questo preliminare allettarci a vicenda. Poi va be’: certe volte, se il tè mi dà spago, la cosa come vedete finisce per prenderci un pochino la mano ;-)

E’ uno dei sei nuovi “sentieri” tracciati da Acilia, e di preciso quello che porta al Jasmine Yin Zhen, ovverosia a un tè bianco di soli germogli profumato per contatto con fiori di gelsomino, secondo l’antica procedura di cui parlammo qua. Continua a leggere →

Di Lucca, statue vive, pensieri-quadratino, tè vinti e tè mancati

Torno da due giorni nella “città dalle cento chiese”. Due giorni colmi, belli.

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A chiamarmi è stato un festival che da anni mi allettava: il Lucca Photo Fest, che intrufola immagini in ogni chiesa e palazzo e che in quest’edizione ha per tema l’Oriente. Per due giorni mi son riempita di incanto, sdegno, curiosità, e miriadi dei miei soliti astratti furori. Ho distolto lo sguardo, sibilato pensieri feroci, ho sorriso e riso, anche, talvolta, e ad alta voce; mi sono emozionata a dismisura, in mille direzioni diverse, di foto in foto: dal reportage più brusco ed eclatante alla provocazione più strampalata, passando per immagini semplicemente belle da starci davanti a immaginare, con la faccia da tonta, in mezzo a piccole e decorative nostalgie che quasi quasi non sanguino più, o non ancora.

Come bicchiere scosso, traboccavo.
E mi è mancato il tempo per avere paura.

Spargo qui sotto qualche minuzzolo del mio zonzeggiare, tra quelli che più mi son rimasti appiccicati. Continua a leggere →

Di un (fu) “triangolo del tè” a Roma, e di un suo vertice in particolare

Durante il mio penultimo soggiorno romano, io “casa” ce l’avevo in via di Monserrato, a due passi da Campo de’ Fiori, in un palazzo di cui ricordo soprattutto il severo scalone seicentesco e la finestra della camera che dava su un cortile antico, con delle palme altissime e edera e rampicanti e liane e foresta, e sopra c’era il cielo di Roma, con i gabbiani e tutto, da guardarlo forte all’imbrunire.

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Son cose belle da vivere e da ricordare, e in effetti le ricordai tutte intere di là, a suo tempo e a suo modo, in quello che prima era l’”ingresso principale” e ora invece ala dismessa della casa, nonostante ci sia dentro tanta più mestessa di quanta ce ne sia qui, senza dubbio… Sì però uffa, non divaghiamo suvvia!

Di quella casaperunpo’ mi piacevano un sacco di cose: il Tevere vicino, per esempio, che voi di certo non ci crederete ma attraversandolo in una mattina dicembrina di pioggerella sottile, all’altezza di Ponte Sisto, a esser fortunati poteva anche capitare di ritrovarsi d’un tratto nel bel mezzo di Trastevere; ed era una cosa, questa, talmente emozionante da parermi una magia… Ho però ragione di credere che tale incanto si verifichi anche col sole: provate: dovrebbe bastare porsi alla metà esatta del ponte, strizzar gli occhi due volte, arricciare il naso e infine giravoltare su sé stessi ;-)

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Pezzettini della Russian Tea Room come non la vedrete mai più, dato che nel frattempo ha chiuso i battenti. … Che voi potreste anche domandarmi “che diamine ce la fai vedere a fare, allora?”. Eeeh, che antipatici: son sentimentale, io! Ci ho una nostalgia intrinseca incrollabile per qualsiasi cosa passata, se permettete ;-p

Mi entusiasmava poi fin troppo il suo trovarsi al limitare di un “triangolo del tè” i cui vertici erano i seguenti: quel posticino stracolmo di colore che è BiblioTèq, in via De’ Banchi Vecchi; la compianta Russian Tea Room, a pochi metri da Piazza Navona, di cui ahinoi si son perse definitivamente le tracce (era una sorta di bomboniera, piccina picciò, in bianco e blu e oro; ci bevvi una miscela di tè neri dalle note agrumate – se non ricordo male servivano tè Kusmi* – accompagnata da dei blinis dolci con marmellata d’arance e cioccolato fondente fuso); e, ultima ma non ultima, la bottega Tè e Teiere di via del Pellegrino, che sarà la protagonista di questa nostra chiacchierata odierna. Continua a leggere →

Intermezzo domenicale con tè georgiano e ossessione letteraria

Sottotitolo: metà invito alla lettura, metà ammissione di manìa (ma più che altro la seconda) (decisamente).

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«Gli ho detto: – Dimmi la verità, – e ha detto: – Quale verità, – e disegnava in fretta qualcosa nel suo taccuino e m’ha mostrato cos’era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto.
Gli ho sparato negli occhi.
M’aveva detto di preparargli il termos per il viaggio. Sono andata in cucina e ho fatto il tè, ci ho messo il latte e lo zucchero e l’ho versato nel termos, ho avvitato per bene il bicchierino e poi sono tornata nello studio. Allora m’ha mostrato il disegno e ho preso la rivoltella nel cassetto del suo scrittoio e gli ho sparato. Gli ho sparato negli occhi.
Ma già da tanto tempo pensavo che una volta o l’altra gli facevo così.»

Natalia Ginzburg, incipit di È stato così

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Di spogli mattini, puerh permalosi e tepore di cannella

[Questo che scrive in versi era un uomo che recitava le sue poesie ai ranuncoli e all'erba nuova, e ci tengo a precisare che io senza di lui - che pure manca - sarei più sola in quest'autunno, e più distante]

«Poche foglie per volta il ciliegio
verserà sul prato e sul monte,
acquei recinti avrà la casa
e brividi e spogli mattini.

Poche, dolci parvenze a me dintorno
nei risvegli puri d’autunno.
Guarito, certe le palpebre e i passi,
mi svilupperò dalla notte.

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Io in versione Papà Gambalunga

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Dell’amore per le parole e del provare a salvarne qualcuna

Un post extra-tè per segnalarvi un’iniziativa che mi è piaciuta supertanto (!!), e che indirettamente ha molto a che vedere col mio scrivere su questo blog. Chi tra di voi mi segue con una certa assiduità, infatti, si sarà ben reso conto del mio (tentato) (e spesso frustrato) (quanto mai del tutto risolto) amore per la lingua; non quella che abbiamo in bocca, eh, che pure mi è molto cara, bensì quella che si parla, o, va da sé, si scrive.

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Candida Höfer, St. Gallen Library

Amo le parole di un amore che non esito ad ammettere folle, e follemente me le rigiro in mente e in bocca e tra le dita, con un piacere che ha pochi pari. Le cerco con un fare che ha del maniacale, ne indago suoni, etimologie, sfumature di significato, carattere: calzini rivoltati, mi diventano.
E non contenta poi le uso anche (magari a sproposito, beninteso), a costo di rischiare di divenir pesante, o di sembrare persino presuntuosa: poco m’importa, visto che non potrei fare altrimenti. Continua a leggere →

Finalmente Chai!

Se considero gli ultimi post, mi rendo conto di una deriva astratta in pieno svolgimento; deriva che non rinnego, eh, perché racconta il mio ora meglio di qualsivoglia concretezza… Ma tra un languore e l’altro, io oggi c’infilo volentieri un post in carne e ossa: che ne possiate sentire il profumo, tenerlo tra le mani. Ai fornelli, dunque: è tempo di Chai! :-)

chaiwala_H@s9

Un chaiwala del distretto di Agra (India centro-settentrionale) | H@s9Some rights reserved

In India la Chai (ebbene sì, “la”: vuole il femminile: so da fonte certa che è una signorina, e delle più vanitose per giunta!) è bevanda di strada e d’ovunque. Sorta di denso e zuccheroso monumento nazionale, scende conturbante tra la gente tramite gli onnipresenti chaiwala (”uomini del tè”) e viene sorbita in bollenti bicchieri d’acciaio o di vetro, oppure, più raramente, in grezzi recipienti di terraglia usa-e-getta.

«(…) Chai walahs are everywhere in India. Everywhere. From busy urban street corners to hidden alleyways, at bus depots and railway platforms and walking through the train car, along riversides and on footpaths that lead to pilgrimage sites in the middle of nowhere — when you need a fresh cup of tea, the chai walah is always near.
Chai walahs take pride in their chai. After all, each and every day, it is their responsibility to sustain and nurture the masses by providing the beverage that keeps India running

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«Ecco l’acqua risolta nei suoi sorsi» (in morte di un poeta che amo)

Ieri è morto Andrea Zanzotto. Niente di male, eh; voglio dire: 90 anni aveva, e una vita che immagino piena dietro le spalle, da esser contento di averla vissuta tanto a lungo; e poi insomma sì, è storia vecchia questa della morte, avete ben ragione, e per niente originale.

Però ieri è morto Andrea Zanzotto e a me mi è dispiaciuto, ché giusto il giorno prima avevo detto Vuoi vedere che ora gli tocca morire, poverino, con tutte ’ste celebrazioni che gli fanno, che uno poi si sente quasi in obbligo, a morire. E il giorno dopo lui mi è morto per davvero, mannaggia a lui.

andrea-zanzotto

Niente di speciale, insomma: ieri chissà quanta gente è sparita, e tra questa gente c’era anche un poeta che amavo; io credo l’Ultimo Grande, baluardo sparuto di versi veri. Ma a parte questo io se penso a Zanzotto penso a tutto un pezzo della vita mia molto lontano e avvolto d’incantate ragnatele, a un libro ricevuto (”Galateo in bosco”? Boh. Vedi che già comincio a scordare…) e a una persona amata, a una me diversa, e meno peggiore; e allora niente, forse è solo il solito egoistico sgomento di chi resta nei confronti di chi va, portandosi via pezzetti che sembrano anche un po’ tuoi e che sparendo lasciano buchi, aprono tasche ormai vuote; non saprei dire.
Adesso mi rimane un libro di otre mille pagine (uscito giorni fa con un tempismo beffardo) in cui mi calo come in lago di montagna. Perché non mi cambia niente, alla fine. Eppure. Continua a leggere →