Posts Tagged: wisława szymborska

17 feb 10

Se dobbiamo vivere ancora

«Ora dalla notte al giorno.
Ora da un fianco all’altro.
Ora per i trentenni.

Ora rassettata per il canto dei galli.
Ora in cui la terra ci rinnega.
Ora in cui il vento soffia dalle stelle spente.
Ora del chissà-se-resterà-qualcosa-di-noi.

Ora vuota.
Sorda, vana.
Fondo di ogni altra cosa.

Nessuno sta bene alle quattro del mattino.
Se le formiche stanno bene alle quattro del mattino – le nostre congratulazioni. E che arrivino le cinque, se dobbiamo vivere ancora.»

(W. Szymborska, Le quattro del mattino)

13 gen 10

Natura morta con palloncino

palloncini_bis

Palloncini in via della Spada.
Firenze, mattina del 12 gennaio 2010

Invece del ritorno dei ricordi
al momento di morire
mi prenoto il ritorno
degli oggetti smarriti.

Da finestre, porte – ecco ombrelli,
valigia, guanti, cappotto,
perché io possa dire:
Che me ne faccio?

Spille, questo e quel pettine,
una rosa di carta, uno spago,
perché io possa dire:
Non rimpiango nulla. Continua →

12 nov 09

Questo catartico acquistar libri e mutande

Oggi c’è stato un momento che ero un po’ indecisa tra un sano suicidio – catarsi risolutiva – e una sessione di acquisto compulsivo a sfondo libresco – catarsi effimera ma godereccia – , per vedere se mi riusciva togliermi un po’ di questa amarezza dalle scatole, che diamine. Ho poi scelto l’effimera. Male che vada mi suicido da Feltrinelli, ho pensato: potrei scenograficamente immolarmi sul bancone dei best-sellers approfittando della soprelevazione del reparto informatica, oppure optare per un martirio lento e penoso infliggendomi un libro di Moccia da cima a fondo.

Mi son mica immolata, alla fine (l’opzione Moccia era un’esagerazione, eh, non c’avrei mai il coraggio). In compenso ho comprato alcuni libri molto belli di cui fornisco anche documentazione fotografica:

libri_varii

Nella foto manca Mi compro una Gilera di Paolo Nori, che ha una storia tutta sua particolare che è anche fonte di una certa crescente apprensione da parte mia: il fatto è che mia mamma, da quando le ho fatto conoscere il Paolo Nori, si è innamorata del Paolo Nori. Ora ogni volta che finisce un libro del Paolo Nori non è che vien lì educatamente a chiedermi C’hai mica per caso un altro libro del Paolo Nori da farmi leggere, cortesemente? No: Dammi un altro Paolo Nori che ne ho bisogno, mi dice. Mi fa anche un po’ di paura. Allora siccome io a casa i Paolo Nori li avevo finiti, oggi le ho comprato Mi compro una Gilera. Per questo non c’è nella foto: gliel’avevo già dato alla mia mamma, per farla calmare. La quale mamma ha iniziato subito a leggerlo e dopo poche pagine vedevo che sorrideva con un’espressione molto tenera e affettuosa che io non lo so, dove si andrà a finire. Continua →

09 nov 09

Discorso all’Ufficio Oggetti Smarriti

«Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord,
e anche molti dèi per via dall’Est all’Ovest.
Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita.
Mi è sprofondata nel mare un’isola, e un’altra.
Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli,
chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.
Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva
e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza.
Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe,
me ne uscivo di senno più e più volte.
Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio,
ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.

Perduto, smarrito, ai quattro venti se n’è volato.
Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato:
una persona singola per ora di genere umano,
che ha perso solo ieri l’ombrello sul treno.»

(Wisława Szymborska, Discorso all’Ufficio Oggetti Smarriti)

Quanto mi piace, a me, questa poesia.
Anche oggi che mi dispiace tutto, lei invece continua a piacermi, la leggo e la rileggo e ogni volta la sento più mia, perché è semplice, dice l’essenziale, e se mi dicessero Continua io direi No, perché mai, c’è nient’altro da sapere.
Azzardo una dedica: a chi non ci son proprio riuscita, a spiegarmi, nella speranza che l’aiuti ad intuire, da lontano, l’improbabile perché del mio tutto e del mio niente (soprattutto il niente, io credo, si fa fatica, mi rendo ben conto).