«Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord,
e anche molti dèi per via dall’Est all’Ovest.
Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita.
Mi è sprofondata nel mare un’isola, e un’altra.
Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli,
chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.
Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva
e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza.
Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe,
me ne uscivo di senno più e più volte.
Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio,
ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.
Perduto, smarrito, ai quattro venti se n’è volato.
Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato:
una persona singola per ora di genere umano,
che ha perso solo ieri l’ombrello sul treno.»
(Wisława Szymborska, Discorso all’Ufficio Oggetti Smarriti)
Quanto mi piace, a me, questa poesia.
Anche oggi che mi dispiace tutto, lei invece continua a piacermi, la leggo e la rileggo e ogni volta la sento più mia, perché è semplice, dice l’essenziale, e se mi dicessero Continua io direi No, perché mai, c’è nient’altro da sapere.
Azzardo una dedica: a chi non ci son proprio riuscita, a spiegarmi, nella speranza che l’aiuti ad intuire, da lontano, l’improbabile perché del mio tutto e del mio niente (soprattutto il niente, io credo, si fa fatica, mi rendo ben conto).