intitolato Suicidi d’autore, scritto da Antonio Castronuovo, di cui inserisco qui sotto l’apposita copertina:
Che brutto libro, ci muore un sacco di gente. Però eran tutti artisti, gente che dipingeva o scriveva, che insomma aveva pur della roba da dire, alla fine. E’ già qualcosa, no? Boh, può anche essere di no.
Per esempio Rothko si sparò, dopo aver dipinto un quadro tutto grigio scuro che secondo Kandinskij il grigio scuro era il colore di quando uno non ce la fa più, «quanto più il grigio si fa scuro, tanto più si accentuano l’inconsolabilità e l’oppressione soffocante», dice. Poi Sylvia Plath c’aveva trent’anni giustigiusti, aprì la finestra nella camera dei bambini, perché c’aveva due bambini, e gli lasciò sul comodino latte e biscotti, mi pare, poi infilò la testa nel forno a gas e buonanotte. Angelo Fortunato Formiggini aprì una casa editrice che pubblicava solo libri umoristici da ridere, poi venne il nazifascismo e lui si buttò giù dalla Ghirlandina (Modena) cantando Italia! Italia! Italia!, pare, per poi successivamente spetasciarsi scompostamente al suolo. La Marina Cvetaeva invece ora mi sfugge come si ammazzò, ma scrisse un biglietto che c’era scritto Perdonatemi, io ho pensato che invece scriverei Andate tutti a farvi fottere, stronzi. Per dire, le differenze d’indole, alle volte.
Che brutta questa cosa che a un certo punto uno può capitare che non ce la fa più. Che cattivo gusto. No? Eh già.
Ma insomma, un libro proprio brutto, in conclusione.