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05 dic 09

L’idea di andare a Roma

Io non lo so, l’idea di andare a Roma, mi provoca un po’ d’ansia da prestazione. Culturalmente parlando.

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Marcel Duchamp, Fontana (una replica del 1964 che di solito sta dentro la GNAM, ‘desso invece è alla mostra su dada e surrealismo che c’è al Complesso del Vittoriano)

Oggi per dire mi sono accorta non c’avevo neanche una guida di Roma, perché gli unici contatti che ho avuto con Roma in passato son stati in quanto dieci anni orsono ero provvista di fidanzato romano lì in sede sicché che me ne facevo della guida, c’avevo il fidanzato, eh.
E niente, allora ho preso atto della mancanza e di fidanzato romano e di guida, son passata in libreria ho parzialmente rimediato. Di preciso ho comprato una guida Chat@win (le pubblica la Rizzoli) che non c’ha nemmeno una figura ma nonostante questo mi pare proprio una buona guida, di quelle non troppo intellettualmente impegnate tipo quelle del Touring che io invece alla fine non le guardo mai, mi fan due palle così, le guide del Touring, anche se c’hanno le figure.

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Alexander Calder fotografato da Ugo Mulas nel 1963 (© Eredi Ugo Mulas), esposta nella mostra su Calder che c’è al Palazzo delle Esposizioni. Va’ che ganze le facce fatte col fil di ferro!

Poi ho comprato anche un altro libro di Marco Lodoli intitolato Isole. Guida vagabonda di Roma (Einaudi Tascabili). Tiè. Continua →

06 nov 09

Tutte queste inutili strategie

Allora:

24-27 novembre, Venezia

14-18 dicembre, Roma

poi nel mezzo possibilmente infilarci qualche altro diversivo, per esempio Pisa, che a Pisa c’è Chagall, o per esempio ancora Roma, che a Roma c’è la piccola e media editoria

tutte cose che a me ora come ora non me ne frega una beneamata mazza, fondamentalmente, come quando sono intenta a grufolare nel nulla, ma l’importante è: muoversi, far finta che ancora ti interessa, stordirsi di passi, prendere il mondo a dosi piccine tanto quanto ce n’entra dentro un finestrino di treno, abbandonare i desideri recenti che sono i più vivi e stronzi nei bagni delle stazioni sulle panchine nei bar, ovunque pensi che non tornerai più. impazzire delicatamente, saltando quell’antiestetico passaggio in cui ti viene da chiedere aiuto e anche quello in cui ti accorgi che no, non ci siamo, così non può funzionare

poi anno nuovo io credo e spero Trieste, boh, magari a gennaio per il mio traumatico scoccare d’anni, o in alternativa un posto lontano però meglio se col mare vicino, così tanto vicino, e un viaggio che dura nove ore di quelli che ci muori dentro e ci resusciti due tre dieci volte e ogni stazione ti manca qualcosa – o qualcuno, questa dannata schiavitù del qualcuno – e ogni stazione ti si stacca un brandello ed è perso per sempre, e non vorresti mai arrivare, e non vorresti mai tornare, solo continuare a perder pezzi di stazione in stazione fino a che smetti di durare, fino a che finisci, e che non se ne parli più

e forse se mi muovo veloce tra nord e sud, se mi sposto continuamente di rotaia in rotaia, se mi nascondo tra strade e case non mie, se nessuno mi vede e non fa differenza se ci sono o non ci sono se sono molto morta o molto viva, se posso piangere e nessuno se ne accorge, se sto in silenzio per giorni interi fino a dimenticare le parole, se faccio così forse non mi raggiunge, oppure poco, e più piano di così, sì ecco, magari più piano, oppure quel tanto che si sopravvive, senza motivo, senza alcun motivo, ma si sopravvive

tutte queste inutili strategie, questo inutile rimandare, e cercare di ammazzarsi l’amore dentro più che si può, che non è tanto diverso dal morire tutta intera, secondo il mio modestissimo parere.