Posts Tagged: letteratura italiana

10 nov 09

Venezia inchiodata, di martedì mattina

Intro: prendi un martedì mattina che hai deciso che resti a letto sotto al piumone e di tanto in tanto scendi giù a riattizzare la stufa economica e intanto ti sei anche portata la colazione a letto a base di caffellatte e tantissimi biscotti e come compagnia c’hai un assortimento di libri che parlan tutti di Venezia – tra cui uno di Tiziano Scarpa che si intitola Venezia è un pesce – , perché tra un po’ ci devi tornare, a Venezia, e c’hai il vizio che ti piace prepararti, alle città.

E’ proprio simpatica l’immagine di una Venezia-sogliola gigante (perché a guardarla dall’alto un po’ ci sembra davvero) che ha vagabondato per tutti i mari e strusciato su un sacco di sponde dalla notte dei tempi fino a che, con le scaglie e le pinne appesantite da «madreperle mediorientali, sabbia fenicia trasparente, molluschi greci, alghe bizantine» e cose così, si è scelta un’insenatura tranquilla e appartata e lì si è fermata a riposare; poi gli uomini se ne sono così innamorati che per paura che un giorno si sentisse di nuovo in forze per riprendere il largo l’hanno presa all’amo con l’inganno – strada e ferrovia – e poi per star proprio tranquilli tranquilli l’hanno pure inchiodata al fondale, povera sogliolona:

venezia_pesce

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06 nov 09

Ho letto un libro, che è tutto un morire

intitolato Suicidi d’autore, scritto da Antonio Castronuovo, di cui inserisco qui sotto l’apposita copertina:

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Che brutto libro, ci muore un sacco di gente. Però eran tutti artisti, gente che dipingeva o scriveva, che insomma aveva pur della roba da dire, alla fine. E’ già qualcosa, no? Boh, può anche essere di no.

Per esempio Rothko si sparò, dopo aver dipinto un quadro tutto grigio scuro che secondo Kandinskij il grigio scuro era il colore di quando uno non ce la fa più, «quanto più il grigio si fa scuro, tanto più si accentuano l’inconsolabilità e l’oppressione soffocante», dice. Poi Sylvia Plath c’aveva trent’anni giustigiusti, aprì la finestra nella camera dei bambini, perché c’aveva due bambini, e gli lasciò sul comodino latte e biscotti, mi pare, poi infilò la testa nel forno a gas e buonanotte. Angelo Fortunato Formiggini aprì una casa editrice che pubblicava solo libri umoristici da ridere, poi venne il nazifascismo e lui si buttò giù dalla Ghirlandina (Modena) cantando Italia! Italia! Italia!, pare, per poi successivamente spetasciarsi scompostamente al suolo. La Marina Cvetaeva invece ora mi sfugge come si ammazzò, ma scrisse un biglietto che c’era scritto Perdonatemi, io ho pensato che invece scriverei Andate tutti a farvi fottere, stronzi. Per dire, le differenze d’indole, alle volte.

Che brutta questa cosa che a un certo punto uno può capitare che non ce la fa più. Che cattivo gusto. No? Eh già.

Ma insomma, un libro proprio brutto, in conclusione.

12 ott 09

Quando si giocava un unico gioco meraviglioso

«Avventure Romanzesche, Agenzia di (AGAR)

Fondata in forma di S.p.A. dal Dott. P.G. Northover, tra i primi soci del → Club dei Mestieri Stravaganti, e situata in Tanner’s Court 14, Fleet Street, l’AGAR è nata per assecondare una sentita esigenza della vita moderna. Da ogni parte, nella conversazione come nella letteratura, si sente esprimere il desiderio che il teatro delle nostre avventure si allarghi, che qualcosa sia in serbo per noi, che possa aprirci strade meravigliose e più grandi. Chi prova un simile desiderio versa un quota annuale all’AGAR che in cambio s’impegna a circondarlo di avvenimenti strani e straordinari. Allora può succedere che uscendo ci si imbatta in uno spazzacamino che confusamente ci mette al corrente di un complotto contro la nostra vita, che prendendo una carrozza si venga condotti a una fumeria d’oppio, che si ricevano misteriosi telegrammi e drammatiche visite e ci si ritrovi così, all’improvviso, in un vortice d’avventure. Uno degli illustri romanzieri alle dipendenze dell’AGAR s’incarica di stendere la trama di una storia pittoresca e piena di emozioni. Continua →

09 ott 09

Una specie di saluto

«Mi sveglio per l’improvviso silenzio.
Il treno è fermo a una stazioncina sconosciuta. Il nonno prepara, con mille gesti inutili, il pasto del nipotino irrequieto che la nonna tiene in piedi presso il finestrino. Termos, zucchero, tovagliolo, tazza cambiano continuamente posto.
Nonno: “Sta’ fermo, dove vuoi andare? Non vedi che è buio fuori? Fuori c’è il lupo…che ti mangia. Se caschi, qui in stassione non c’è il dottore”.
Nipotino: “Non c’è il dottore?”.
Nonno: “No, non c’è”.
Nipotino: “E l’ambulansa?”.
Nonno: “Neanche l’ambulansa. Se caschi muori”.
Nipotino: “E poi?”.
Nonno: “E poi sei morto”.
Nipotino: “E poi?”.
Nonno: “E poi vai al cimitero”.
Nipotino: “E poi?”.
Nonna (abbracciando teneramente il nipotino): “E poi ti mettono sottoterra”.»

Čhecov a Sondrio e altri viaggi, di Aldo Buzzi
(Como, 10 agosto 1910 – Milano, 9 ottobre 2009)

Un grande. Un grandissimo.

03 set 09

La scoperta della solitudine

Luigi Ghirri, Napoli 1980 - © Eredi Luigi Ghirri

Luigi Ghirri, Napoli 1980 – © Eredi Luigi Ghirri

«Sono anni che ormai viaggio da solo. Conosco l’infinita pena del viaggiatore solitario che in un qualunque scompartimento di un treno deve chiamare il controllore per andare alla toilette e non lasciare i bagagli incustoditi; conosco la seccatura un po’ umiliante del dover pranzare da solo in un ristorante sotto gli occhi irritati di squallide coppiette che, in fila, ti guardano come se fosse un loro dovere avere il tuo tavolo, di cui sei soltanto uno sfigato usurpatore; conosco la fatica fisica, gli imbarazzi, i dubbi di chi viaggia solo con se stesso. Conosco la stupidità delle “camere singole” in cui i letti sono piccolissimi, i lavabi minimi e i soffitti bassi, come se ogni viaggiatore solitario fosse un nano e non una personale come le altre, con braccia, gambe e bisogno di spazio. Conosco la scortesia e il tono pietoso degli altri compagni di viaggio che ti si rivolgono con quel garbo ipocrita che si riserva a un vedovo, a una persona che ha perso la propria metà. Continua →

23 ago 09

Nori | Siam poi gente delicata

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Io non lo so, i libri di Nori, ultimamente. Da una parte mi piaccion sempre tantissimo, dall’altra mi pare quasi che non mi dovrebbero piacere più. Non so se si capisce.

Questo l’ho letto stanotte perché mi è venuta l’insonnia. Una smania, c’avevo, che non mi riusciva dormire né stare sveglia. Poi io non essendo affatto abituata all’insonnia, quelle pochissime volte che mi viene, un’angoscia, una smania, che non vi dico.

Allora io quando sono angosciata e smaniosa i libri di Nori di solito mi fanno un buon effetto, soprattutto perché mi fanno ridere. Infatti io quando mi capita di parlare di Paolo Nori qui sul blog ci metto il tag “scrittori umoristici”, anche se lo so che è un tag messo lì a sproposito, perché per esempio in questo libro c’è un capitolo che si intitola “Il senso mio soggettivo che do io alla parola disperazione”:

«Quest’anno, tornato a casa dopo il pranzo di natale con mia mamma, io non credevo fosse così, invece passare la giornata di natale da solo senza neanche mia figlia, uno dei primi natali che ho una figlia, io piuttosto di farmi prendere dalla disperazione io per la prima volta nella mia vita ho fatto dei buchi col trapano ho fissato alla parete tubo aggancio 016 da 60 centimetri in cucina sopra il secchiaio, appendino in ottone 4 ganci made in China importato da M. Uno trading Imola (Italy), tubo reggitenda in alluminio diametro venticinque universale made in Italy by Bacchetta srl Via Cave Oltrefiume 49 28831 Baveno (VB), al quale tubo reggitenda ho poi fissato tramite appositi ganci in alluminio la speciale tenda vinile tevere centimetri 180 per 200 riciclabile spessore 120 micron.
(…)
Quando sono a far spesa mi chiama una di queste mie amiche Come stai? mi chiede, Sono un po’ disperato, le dico, e lei tace e a me vien da aggiungere Ma no, guarda che a me va bene così. Cioè son disperato, ma di quella disperazione bella che mi fa fare le cose, buchi col trapano, non so. Poi sento che tace ancora allora aggiungo A me, divertirmi, non mi è mai piaciuto.

Ah, dice lei. C’è qualcuno lì che ti ascolta?»

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30 lug 09

Nori | I libri devono essere magri

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Questo librino, in dieci minuti l’hai finito. Io, il tempo di entrare a letto, prendere le mie medicine della sera, scrivere un messaggino al Marito, l’avevo già quasi finito. Venti minuti in tutto, perché son lenta.
Venti minuti comunque molto piacevoli, devo dire.

E’ la trascrizione di una di quelle cose che noi essendo italiani giustamente le chiamiamo reading, nato in collaborazione col progetto GNAM, che sarebbe l’acronimo di Gastronomia Nell’Arte Moderna, e quindi si parla di cose tipo letteratura e cibo, scrittori grassi e magri, oltre a cose che non c’entrano niente. Questa cosa del progetto la dico così uno poi non si stupisce troppo quando nelle librerie online lo trova nel reparto Cucina ed economia domestica, questo libro qui.

C’è Leopardi che a Napoli mangiava troppi gelati, per esempio, e Erofeev che si beveva i profumi. Gogol’ che gli piaceva andar per funghi, Beckett che era magrissimo per questo gli han dato anche il Nobel, Hemingway che era meglio se non si guardava allo specchio, Petrarca che c’aveva due guanciotte, eccetera.
C’è anche Berlusconi che per un po’ è morto. Continua →

30 lug 09

Buzzi | L’uovo alla kok

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Aldo Buzzi, essendo nato nel 1910 uno può pensare che sia già passato a miglior vita, invece no, è ancora vivo (edit del 9 ottobre 2009: da oggi non è più vero, che è ancora vivo), e questo libro qui l’ha pubblicato nel 1979. A me me l’ha consigliato – mi vergogno un po’ a dirlo – Giampiero Mughini, che nella sua Collezione diceva che era un libro proprio bello del Novecento italiano, e siccome l’Adelphi me l’ha ristampato giusto il mese scorso, l’ho letto.

Dire che non è un libro di ricette, è sbagliato, perché le ricette ci sono, parecchie. Dire che è un libro di ricette, è sbagliato lo stesso, perché ci son tante altre cose oltre le ricette.

Dice a questo proposito il sottotitolo: «Ricette, curiosità, segreti di alta e bassa cucina, dall’insalata all’acqua alla pastina in brodo della pensione, da Apicio a Michel Guérard, da Alexandre Dumas a Carlo Emilio Gadda, dal curato di Bregnier a san Nicolao della Flue.», e si capisce subito che è un librino speciale, che mescola l’amore per la cucina e il mangiar bene alla passione per la cultura nel senso ampio, la letteratura, la storia, i viaggi, robe così. Ci senti sempre quel pizzico di ironia, di convivialità, che ti vien da accomodarti. Continua →

29 lug 09

Sebaste | Panchine

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Quando lessi del sindaco leghista di Treviso, Gentilini, che gli venne l’idea di toglier di mezzo tutte le panchine perché attiravano i malintenzionati (leggi soprattutto immigrati), pensai Toh!, han trovato un modo nuovo per rendere il mondo ancora più schifoso. Ma bravi davvero. Bravi.

Da quel giorno lì – ma anche da prima a ben vedere – , le panchine se la passano mica tanto bene, in Italia. Son passate di moda.

Ed è un peccato, perché le panchine non son solo “arredo urbano”. Son proprio un’altra dimensione, altro che.
Nostalgicamente parlando, chi ha trent’anni o più se lo ricorda di certo, di quando esistevano le “compagnie”, e non esisteva facebook e neanche il cellulare eppure ogni pomeriggio senza bisogno di mettersi d’accordo ci si ritrovava tutti lì, a quella panchina che era il nostro quartier generale, che venisse giù il mondo o che ci fossero quaranta gradi all’ombra, ci trovavi sempre qualcuno. Ed eran tempi più belli, secondo me.

Ma a parte questo, su una panchina ci posson succedere tante altre cose.
Per esempio ti può venir da pensare all’infinito, e magari c’esce pure una poesia (prendi Leopardi, per dire); ci si può sedere e dir cose assurde per ingannare l’attesa di Godot; ti puoi metter lì ad osservare la vita che ti scorre accanto, come ha fatto Perec, nel tentativo di esaurire un luogo parigino; se la panchina in questione è di fronte al lago di Sils in Engadina, ci sta anche che ti venga l’ispirazione per buttar giù due righe tanto per (come gli è successo a Nietzsche che seduto davanti a quel lago c’ha scritto il Così parlò Zarathustra); e se sei in vena ci puoi pure scrivere un intero libro, su una panchina, come gli è successo a Beppe Sebaste. Continua →

29 lug 09

D’Arzo | Casa d’altri

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Questo libro io la prima volta lo lessi tipo otto anni fa o giù di lì. Mi piacque tantissimo.

Poi qualche giorno fa in libreria ho ricomprato dopo tantissimo tempo una rivista letteraria che per vostra informazione vi dico che si intitola Il Caffè illustrato. Bimestrale di parole e immagini, è diretta da Walter Pedullà e per me è bellissima (qui c’è pure il sito, è bruttino e neanche tanto aggiornato, ma insomma, ci si può fare lo stesso un’idea, ci son tutti i sommari dei numeri passati), dicevo che ho comprato il numero 46/47 di questa rivista, e c’era un dossier dedicato a Silvio D’Arzo – tra l’altro fatto molto bene, ve lo consiglio – e allora farla breve mi è venuta la voglia di rileggermi questo suo libro. Punto.

Ogni volta che si parla del racconto Casa d’altri, vien sempre fuori che Montale lo definì il “racconto perfetto”, uno dei più belli di tutto il Novecento. Ora, io proprio “perfetto” non saprei dire, non son del mestiere: ma meraviglioso, sì. Continua →