«… come quando da piccolo senti parlar dell’amore che ti chiedi: Ma cos’è, questo amore?»
(Paolo Nori, Spaccarsi la testa. Discorso sul romanzo italiano del novecento, in Pubblici discorsi, Quodlibet 2008, p. 105)
«… come quando da piccolo senti parlar dell’amore che ti chiedi: Ma cos’è, questo amore?»
(Paolo Nori, Spaccarsi la testa. Discorso sul romanzo italiano del novecento, in Pubblici discorsi, Quodlibet 2008, p. 105)
«Poi il mare si oscurò.
Che rimase?
Nulla. Appena un palpito, un soffio, il respiro lieve di un bimbo caduto sull’inganno del suo primo amore.
Andiamocene in punta di piedi.»
(Alberto Savinio, Tragedia dell’infanzia, Adelphi 2001, p. 118)
«Poi uscì fra gli uomini, in strada: e fu allora che si accorse, che scoprì quasi, di avere le tasche, in cui affondò subito le mani, sorpreso come di un dono sotto il piatto.
Le tasche. Era vero. Se l’uomo non avesse le tasche, si sentirebbe troppo solo.»
(Silvio D’Arzo, I morti nelle povere case, in L’uomo che camminava per le strade, Quodlibet 1993)
«Se mi vuoi vienimi a cercarmi, dissi e me ne andai. E lei non venne.»
(Salvio Formisano, Nella mia vita ci piove dentro, Avagliano Editore, 2009, p. 7)
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(certe cose son di uno sconveniente, dirle, che uno se è furbo mica le dice. io infatti a cinque o sei diversi, mi pare che le ho dette, nella vita. mai venuto nessuno. per dire.)
«E a Nestore lì gli è incominciata a non star dritta le testa; e ha ripetuto le frasi che diceva alla sua lavatrice, delle frasi dolcissime, per quello che si capiva, e di tenero amore; ma con la voce fluttuante e lo sguardo come un po’ rilasciato. E anch’io avevo il sonno che mi ronzava negli occhi.
Poi muoveva solo la bocca per forza d’inerzia, e si doveva essere perso in un dormiveglia sereno e improvviso, un dormiveglia da pomeriggio.»
(Ermanno Cavazzoni, Il poema dei lunatici, Guanda 2008, p. 56)
Una signora parlava con suo cognato (80 anni), che le si era avvicinato in giardino e le aveva chiesto, un po’ impaurito:
Chi è quello là, seduto?
Dove? ha chiesto la signora.
Là in fondo al giardino.
La signora ha guardato nella direzione indicata e poi ha detto: Ma non è una persona seduta, è una carriola!»
(Learco Pignagnoli, Opere complete, Aliberti 2006)
Perché anche il Pignagnoli, bisogna dire, quanto a genialità.
(e un po’ anche il Daniele Benati, ve’, però così solo di riflesso, diciamo, allora non si montasse tanto la testa)
«Non c’è alcun rapporto fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Quelli sono un legume appartenente alla famiglia delle asparagine, credo, ottimo lessato e condito con olio, aceto, sale e pepe. Alcuni preferiscono il limone all’aceto; anche eccellente è l’asparago cotto col burro e condito con formaggio parmigiano. Alcuni ci mettono un uovo frittellato sopra, e ci sta benissimo. L’immortalità dell’anima, invece, è una questione; questione, occorre aggiungere, che da secoli affatica le menti dei filosofi. Inoltre gli asparagi si mangiano, mentre l’immortalità dell’anima no. Questa, insomma, appartiene al mondo delle idee. Naturalmente, nel caso in esame, all’idea corrisponde un fatto. Da questo punto di vista si può dire che l’immortalità dell’anima è una qualità dell’anima, una proprietà peculiare dell’anima, un concetto insomma, il quale indica il fatto che le anime sono immortali. Siamo sempre ben lontani dagli asparagi.»
(Achille Campanile, Asparagi e immortalità dell’anima, in idem, Rizzoli 2004, p. 63)
Quest’uomo – non mi stancherò mai di ripeterlo – era un genio.
«Berretto pipa bastone, gli spenti
oggetti di un ricordo.
Ma io li vidi animati indosso a uno
ramingo in un’Italia di macerie e di polvere.
Sempre di sé parlava ma come lui nessuno
ho conosciuto che di sé parlando
e ad altri vita chiedendo nel parlare
altrettanta e tanta più ne desse
a chi stava ad ascoltarlo.
E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile,
lo vidi errare da una piazza all’altra
dall’uno all’altro caffè di Milano
inseguito dalla radio.
Porca – vociferando – porca. Lo guardava
stupefatta la gente.
Lo diceva all’Italia. Di schianto, come a una donna
che ignara o no a morte ci ha ferito.»
(Vittorio Sereni, Saba, in Gli strumenti umani, Einaudi)
Questa porca italia mi fa vomitare.
Questi porci italiani mi fanno vomitare.
E questo è tutto.
«Veleggio come un’ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l’inferno
sia illuminato di queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perché la loro forse
non s’addormenta mai.»
(Alda Merini, Veleggio come un’ombra, da qui)
Buon lunedì a tutti.
Presenti esclusi.
Giuro: non avrei resistito una pagina di più (e son solo 114, con taaanto spazio bianco intorno).
Questo libro qui mi ha suscitato un coacervo di sensazioni contrastanti: dal vomito al sonno all’ira funesta al vomito, again.
E’ un libro brutto. Ma brutto, neh. Scritto proprio a cazzo di cane, come si dice in ambito filologico spinto. Roba che una riga sì e l’altra pure mi irrompeva nei confronti dell’autore un catartico Dico… mi stai prendendo per il culo (cit.).
Ma, capite, è uno di quei libri talmente brutti e antipatici, talmente compiaciuti della loro fastidiosissima dissonanza cazzocanina, che te alla fine ti vien da pensare che (ah!) non può che essere un bruttume di quelli che ti voglion dire qualcosa, ti vogliono lanciare un messaggio: un bruttume programmatico. Una (argh!) provocazione. Continua →