(perché secondo me – voglio dire a livello di mia personale sensibilità – il fulcro di questo libro – ma guarda forse a pensarci proprio dei libri di Nori in generale – è essenzialmente questo qui, mi sembra: dell’esser piovuti sul mondo come frittate, e tutto ciò che ne consegue)
paolo nori, i malcontenti
Posts Tagged: letteratura italiana
Del piover sul mondo come frittate
Oramai
Quando ci eravamo trovati di fronte all’ingresso del concerto, a vedere la fila che c’era alle casse, non tanto la fila in sé, l’età, di quelli che stavano in fila, che avevan tutti più o meno vent’anni meno di me, e sembravano tutti perfettamente a loro agio, in quella festa dell’Unità, in quel quartiere, in quella città, in quella provincia, in quella regione, in quello stato, in quel continente, su quel pianeta, in quel sistema solare, in quella galassia, in quel periodo storico e in quell’anno, mese, giorno e ora particolari, io che fino a quel momento ero stato contento, del fatto di essere uscito, era una bella serata di fine estate, con delle ombre lunghe che si allungavano per gli stradelli ghiaiati della festa, e non c’era neanche tanta confusione, io tutto d’un tratto mi ero sentito come mi sentivo da ragazzo quando mi obbligavo, mi costringevo, mi condannavo a passare i terribili pomeriggi dei giorni di festa dentro a delle discoteche buie e assordanti dove non facevo altro che bere, sudare, guardare gli altri ballare e pensare che io non andavo bene, per stare al mondo.
Ma adesso, oramai, avevo così poca autorità, su me stesso, che non potevo oramai più obbligarmi a far niente, e mi ero voltato verso Nina e le avevo detto: Ma no, io vi aspetto fuori.»
(Paolo Nori, I malcontenti, Einaudi 2010, pp. 28-29)
Eh. Io pure, oramai.
La cosa più bella che mi potesse succedere
«Quando andavo a prendere una bambina di quattro anni all’asilo, entravo nella sua classe, vedevo questa massa di bambini, stringevo gli occhi per cercare i capelli biondi della bambina di quattro anni, o riconoscerne un abito, o un atteggiamento, difficile, in mezzo a trenta bambini, quasi sempre prima che la riconoscessi vedevo un corpo di un metro e pochi centimetri che mi correva incontro disordinato allargando le braccia.
Ecco, per me, in quel periodo lì, avere una persona che quando mi vedeva era contenta di vedermi, avere una persona che era contenta di vedermi veramente, era per me la cosa più bella che mi potesse succedere.»
(Paolo Nori, I malcontenti, Einaudi 2010, pp. 18-19)
… e niente: pensavo che attualmente necessiterei anch’io di apposita bambina di quattro anni; oppure insomma basterebbe qualcuno felice di vedermi, alla fine. ma guarda basterei anche io da sola, al limite, corrermi incontro disordinatamente. ma suvvia non deprimiamoci! (cit.)
ah e poi volevo anche dire che il nuovo libro del Paolo Nori per ora mi sta piacendo molto. dopo ancora non so. ma sospetto anche dopo.
La luce che fa piangere dei giorni ordinari
(va’ com’era bello l’Attilio, a ridere)
A me di Bertolucci mi piace che gli piaceva camminare nella natura, e a Casarola faceva un sacco di passeggiate, e delle volte scriveva mentre passeggiava, e poi andava a finire che si innamorava di tutto.
Inoltre a me di Bertolucci mi piace anche quel suo terrore bellissimo di essere abbandonato, abbandonato dall’amore – la Ninetta! – , esser lasciato «solo miserabile in basso», spodestato anche solo per un attimo dal blu delle genziane blu, più in alto e più allettanti dei lamponi pallidini da cercare insieme a schiena piegata tra il verde (ché i lamponi pallidini cercarli da soli è mica la stessa cosa, come è noto a tutti).
Non mi lasciare solo se io
ti lascio sola
e intorno a te la luce
è quella che fa piangere
dei giorni ordinari
… Continua →
La descrizione di un sorriso
«Si tratta di un sorriso – crociani e strutturalisti abbiano pietà di me – dove confluiscono tutti i temi della sua opera di scrittore: contiene, in superficie, confusione, impaccio, una sorta di sbigottito deglutimento da recluta, che coprono appena una tremula richiesta di perdono, un’ammissione d’inettitudine a vivere, di completa vulnerabilità, e un fondo di sconfinata, disastrosa tenerezza verso le minime cose del creato, di comprensione per ogni concepibile debolezza, follia, bassezza e contraddizione umana. E’ un sorriso mite, soave, sincero, disarmante, e il suo effetto su chi lo vede per la prima volta è infallibile: ecco finalmente, si pensa, un Uomo Buono.»
(Carlo Fruttero descrive il sorriso di Franco Lucentini nel racconto-prefazione a Notizie degli scavi, Mondadori, 1973. Citato nella postfazione di Domenico Scarpa all’edizione Mondadori del 2001)
Perché tante volte non si può mica sapere
«Quelli però stavano tutti quanti a parlare che nemmeno mi sentivano. Quell’altra seguitava a smaniare. Stavo a sedere su questo letto e guardavo per terra. Mi guardavo le scarpe scucite. Pure i calzini, che era poco che me l’ero comprati, erano già tutti rotti pure quelli, con tutto che gliel’avevo detto, a quello dove li avevo comprati, che magari volevo spendere qualche cosa di più ma li volevo di qualità buona. Hai visto che qualità buona, che m’avevano dato. No, qui allora si vedeva proprio che era inutile che uno cercava sempre di fare le cose bene. Perché tanto, dopo era uguale. Mannaggia, no. Mannaggia.»
(…)
«Sul sedici, c’erano pure diversi altri che si vedeva che andavano pure loro a San Giovanni, essendo che parecchi portavano i frutti per i parenti.
“Ah, ma che,” gli chiesi a una col figlio che portavano una busta con l’uva e un’altra con le noci, e pure un pacchetto tutto incartato bene che diceva premiata pasticceria Alpino, “si possono portare pure i generi di pasticceria?”
“No,” dissi, “perché io, anzi, mi credevo che magari si poteva portare solo l’uva! Perché credevo che le monache,” dissi, “facevano osservazione.”
(…) Continua →
Nel maggio scorso lessi un libro, di Angelo Calvisi
(poi però qualcuno penso se lo ricorderà che aggiornai Wordpress mi scomparì tutto il blog fu una mezza tragedia nel suo piccolo e allora poi con santa pazienza recuperai i post superstiti però questo si vede mi era sfuggito lo recupero ora già che ero qui per l’appunto a ravanare nel vecchio database, se non vi dispiace)
Io, gli ultimi tempi, i libri troppo conosciuti, preferisco di no.
Allora mi fa piacere quando sfogliando i cataloghi delle case editrici piccine scopro dei libri che non li conosce quasi nessuno, mi vien curiosità di conoscerli a me. Tipo questo, che l’ha pubblicato una casa editrice che si chiama Round Robin, c’ha anche un blog, se vi interessa.
Questo è un libro che bisogna stare attenti a come se ne parla, sennò si rischia che poi uno lo legge e sa già delle cose che invece è meglio che non le sappia, se si vuol godere la lettura per benino.
Perché in questo libro c’è un crescendo secondo me molto efficace, e sarebbe un peccato se ve lo rovinassi, questo bel crescendo che ti prende alla sprovvista e finisce che ti porta dove non te lo aspetti. Continua →
Questo catartico acquistar libri e mutande
Oggi c’è stato un momento che ero un po’ indecisa tra un sano suicidio – catarsi risolutiva – e una sessione di acquisto compulsivo a sfondo libresco – catarsi effimera ma godereccia – , per vedere se mi riusciva togliermi un po’ di questa amarezza dalle scatole, che diamine. Ho poi scelto l’effimera. Male che vada mi suicido da Feltrinelli, ho pensato: potrei scenograficamente immolarmi sul bancone dei best-sellers approfittando della soprelevazione del reparto informatica, oppure optare per un martirio lento e penoso infliggendomi un libro di Moccia da cima a fondo.
Mi son mica immolata, alla fine (l’opzione Moccia era un’esagerazione, eh, non c’avrei mai il coraggio). In compenso ho comprato alcuni libri molto belli di cui fornisco anche documentazione fotografica:
Nella foto manca Mi compro una Gilera di Paolo Nori, che ha una storia tutta sua particolare che è anche fonte di una certa crescente apprensione da parte mia: il fatto è che mia mamma, da quando le ho fatto conoscere il Paolo Nori, si è innamorata del Paolo Nori. Ora ogni volta che finisce un libro del Paolo Nori non è che vien lì educatamente a chiedermi C’hai mica per caso un altro libro del Paolo Nori da farmi leggere, cortesemente? No: Dammi un altro Paolo Nori che ne ho bisogno, mi dice. Mi fa anche un po’ di paura. Allora siccome io a casa i Paolo Nori li avevo finiti, oggi le ho comprato Mi compro una Gilera. Per questo non c’è nella foto: gliel’avevo già dato alla mia mamma, per farla calmare. La quale mamma ha iniziato subito a leggerlo e dopo poche pagine vedevo che sorrideva con un’espressione molto tenera e affettuosa che io non lo so, dove si andrà a finire. Continua →
Venezia inchiodata, di martedì mattina
Intro: prendi un martedì mattina che hai deciso che resti a letto sotto al piumone e di tanto in tanto scendi giù a riattizzare la stufa economica e intanto ti sei anche portata la colazione a letto a base di caffellatte e tantissimi biscotti e come compagnia c’hai un assortimento di libri che parlan tutti di Venezia – tra cui uno di Tiziano Scarpa che si intitola Venezia è un pesce – , perché tra un po’ ci devi tornare, a Venezia, e c’hai il vizio che ti piace prepararti, alle città.
E’ proprio simpatica l’immagine di una Venezia-sogliola gigante (perché a guardarla dall’alto un po’ ci sembra davvero) che ha vagabondato per tutti i mari e strusciato su un sacco di sponde dalla notte dei tempi fino a che, con le scaglie e le pinne appesantite da «madreperle mediorientali, sabbia fenicia trasparente, molluschi greci, alghe bizantine» e cose così, si è scelta un’insenatura tranquilla e appartata e lì si è fermata a riposare; poi gli uomini se ne sono così innamorati che per paura che un giorno si sentisse di nuovo in forze per riprendere il largo l’hanno presa all’amo con l’inganno – strada e ferrovia – e poi per star proprio tranquilli tranquilli l’hanno pure inchiodata al fondale, povera sogliolona:
Ho letto un libro, che è tutto un morire
intitolato Suicidi d’autore, scritto da Antonio Castronuovo, di cui inserisco qui sotto l’apposita copertina:
Che brutto libro, ci muore un sacco di gente. Però eran tutti artisti, gente che dipingeva o scriveva, che insomma aveva pur della roba da dire, alla fine. E’ già qualcosa, no? Boh, può anche essere di no.
Per esempio Rothko si sparò, dopo aver dipinto un quadro tutto grigio scuro che secondo Kandinskij il grigio scuro era il colore di quando uno non ce la fa più, «quanto più il grigio si fa scuro, tanto più si accentuano l’inconsolabilità e l’oppressione soffocante», dice. Poi Sylvia Plath c’aveva trent’anni giustigiusti, aprì la finestra nella camera dei bambini, perché c’aveva due bambini, e gli lasciò sul comodino latte e biscotti, mi pare, poi infilò la testa nel forno a gas e buonanotte. Angelo Fortunato Formiggini aprì una casa editrice che pubblicava solo libri umoristici da ridere, poi venne il nazifascismo e lui si buttò giù dalla Ghirlandina (Modena) cantando Italia! Italia! Italia!, pare, per poi successivamente spetasciarsi scompostamente al suolo. La Marina Cvetaeva invece ora mi sfugge come si ammazzò, ma scrisse un biglietto che c’era scritto Perdonatemi, io ho pensato che invece scriverei Andate tutti a farvi fottere, stronzi. Per dire, le differenze d’indole, alle volte.
Che brutta questa cosa che a un certo punto uno può capitare che non ce la fa più. Che cattivo gusto. No? Eh già.
Ma insomma, un libro proprio brutto, in conclusione.



