Posts Tagged: georges perec

03 ago 09

Perec | Un uomo che dorme

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A una come me che ha passato sette anni della sua vita immersa nella più asfittica delle depressioni, un libro che parla di scollamento tra l’Io e il mondo, di anestesia dei sentimenti, di perdita del Senso, di presa di coscienza del non esser fatti per, ecco, un libro così quantomeno la incuriosisce.

Sì perché io, per dire, quando ero depressa, a parte disperarmi, aspettavo. E cosa aspettavi?, direte voi. Eh, niente aspettavo, o meglio, aspettavo che il minuto futuro mi liberasse dal minuto presente, che era insopportabile. Ecco, cose così. Non proprio il massimo della vita, insomma. Comunque vorrei anche dire che questo libro, la depressione, non c’entra nulla eh, sappiatelo.

Allora in questo libro c’è un anonimo studente di venticinque anni che un giorno dovrebbe alzarsi per andare a dare un esame, però non si alza, non ci va, perché di punto in bianco è come se qualcosa gli si fosse rotto dentro, si rende conto di non esser fatto per vivere, gli sfugge il senso del “dover essere, dover fare“, dell’andare avanti a tutti i costi, gli si palesa l’assurdo, e si ferma. Si ferma nel senso che si dissocia dalla vita, dal mondo, da se stesso. Continua →

29 lug 09

Sebaste | Panchine

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Quando lessi del sindaco leghista di Treviso, Gentilini, che gli venne l’idea di toglier di mezzo tutte le panchine perché attiravano i malintenzionati (leggi soprattutto immigrati), pensai Toh!, han trovato un modo nuovo per rendere il mondo ancora più schifoso. Ma bravi davvero. Bravi.

Da quel giorno lì – ma anche da prima a ben vedere – , le panchine se la passano mica tanto bene, in Italia. Son passate di moda.

Ed è un peccato, perché le panchine non son solo “arredo urbano”. Son proprio un’altra dimensione, altro che.
Nostalgicamente parlando, chi ha trent’anni o più se lo ricorda di certo, di quando esistevano le “compagnie”, e non esisteva facebook e neanche il cellulare eppure ogni pomeriggio senza bisogno di mettersi d’accordo ci si ritrovava tutti lì, a quella panchina che era il nostro quartier generale, che venisse giù il mondo o che ci fossero quaranta gradi all’ombra, ci trovavi sempre qualcuno. Ed eran tempi più belli, secondo me.

Ma a parte questo, su una panchina ci posson succedere tante altre cose.
Per esempio ti può venir da pensare all’infinito, e magari c’esce pure una poesia (prendi Leopardi, per dire); ci si può sedere e dir cose assurde per ingannare l’attesa di Godot; ti puoi metter lì ad osservare la vita che ti scorre accanto, come ha fatto Perec, nel tentativo di esaurire un luogo parigino; se la panchina in questione è di fronte al lago di Sils in Engadina, ci sta anche che ti venga l’ispirazione per buttar giù due righe tanto per (come gli è successo a Nietzsche che seduto davanti a quel lago c’ha scritto il Così parlò Zarathustra); e se sei in vena ci puoi pure scrivere un intero libro, su una panchina, come gli è successo a Beppe Sebaste. Continua →