21 giu 10 Ci sono ben 6 commenti
Allora ora racconto di Parma. Un gran guazzabuglio, avverto. Minuzzolame tosto stavolta (nel senso di melenso et frignoso). Tostissimo proprio. Eh.
A Parma prima cosa non ho fatto nemmeno una foto per via che gli appositi occhi, la maggior parte del tempo, ce li avevo impegnati a piangere. Uh madonna quanto abbiam pianto, a Parma (plurale maiestatis): abbiam pianto in casa fuori casa fermi in movimento sommessamente platealmente da soli e con apposito pubblico: non ci siam fatti mancare proprio nulla. L’ultimo giorno ci avevo una faccia sbattuta, ero fighissima. Modestamente.
Di Parma io stavolta mi ricorderò soprattutto alcune cose, tipo: il sapore dei manghi dell’ortofrutta Singh (i manghi che ho mangiato, io non lo so. ah sì invece lo so: cinque), l’aroma antico di un tè nero con un nome che dentro c’è un lago e il sole e la luna, il profumo di una roba tipo incenso che però proprio incenso non è e per l’appunto ora mi son anche dimenticata, cos’era di preciso, me l’han detto ma l’ho dimenticato perché mentre me lo dicevano io ero impegnatissima a fissarmi in mente quell’odore perché mi rimanesse intorno il più possibile; poi invece no, è scappato dai vestiti e dai ricordi, velocissimo: che merda oh.
Io Parma non ve lo immaginate, a un certo punto, quanto l’ho odiata che le avrei dato fuoco, le avrei, che mi sembrava di stare in una prigione e mi si suicidavano i pensieri, e le ore passate a una finestra a tener d’occhio le bici che passavano, ché le bici che passano nei borghi zitti di Parma ci son dei momenti nella vita che bisogna tenerle d’occhio, bisogna, ma è mica divertente come cosa da fare, anzi è bruttissima, pertanto non ve la consiglio. Continua →
02 mar 10 Ci sono ben 3 commenti
(va’ com’era bello l’Attilio, a ridere)
A me di Bertolucci mi piace che gli piaceva camminare nella natura, e a Casarola faceva un sacco di passeggiate, e delle volte scriveva mentre passeggiava, e poi andava a finire che si innamorava di tutto.
Inoltre a me di Bertolucci mi piace anche quel suo terrore bellissimo di essere abbandonato, abbandonato dall’amore – la Ninetta! – , esser lasciato «solo miserabile in basso», spodestato anche solo per un attimo dal blu delle genziane blu, più in alto e più allettanti dei lamponi pallidini da cercare insieme a schiena piegata tra il verde (ché i lamponi pallidini cercarli da soli è mica la stessa cosa, come è noto a tutti).
Non mi lasciare solo se io
ti lascio sola
e intorno a te la luce
è quella che fa piangere
dei giorni ordinari
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21 feb 10 Ci sono ben 7 commenti

«Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,
sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,
ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione
se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,
sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.»
(Attilio Bertolucci, Portami con te, da Viaggio in inverno,
in P.V. Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Mondadori 2000)
(io nella prossima vita ho deciso voglio un uomo che mi ami così, come l’Attilio alla Ninetta. con le stesse parole, voglio che mi ami. virgole comprese.
o così o niente.)
18 feb 10 Se hai qualcosa da dire, non far complimenti

«Tutti i maestri del moderno, dal Romanticismo in poi, non erano forse stati dei viaggiatori, nel mondo reale non meno che in quello delle idee o dei sogni? Cos’era stato, in buona parte, l’Ottocento se non una serie d’incursioni nel lontano, se non una teoria di fughe e di azzardi, se non un’immensa sete di orizzonti?
Questa sete, però, anziché raggiungere luoghi davvero appaganti, si era scontrata con l’evidenza di un’impasse sempre in agguato: lo slancio verso l’altrove era diventato l’élan funeste di Rimbaud, i viaggi verso una vita nuova avevano finito per essere fughe a precipizio nel nonsenso.
Al fondo di tutto ciò stava il paradosso dell’utopia: l’assillo d’un desiderio inesauribile, e perciò assurdo, tragico, votato allo scacco. Continua →