13 apr 10 Toh, guarda: un commento

«Non c’è alcun rapporto fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Quelli sono un legume appartenente alla famiglia delle asparagine, credo, ottimo lessato e condito con olio, aceto, sale e pepe. Alcuni preferiscono il limone all’aceto; anche eccellente è l’asparago cotto col burro e condito con formaggio parmigiano. Alcuni ci mettono un uovo frittellato sopra, e ci sta benissimo. L’immortalità dell’anima, invece, è una questione; questione, occorre aggiungere, che da secoli affatica le menti dei filosofi. Inoltre gli asparagi si mangiano, mentre l’immortalità dell’anima no. Questa, insomma, appartiene al mondo delle idee. Naturalmente, nel caso in esame, all’idea corrisponde un fatto. Da questo punto di vista si può dire che l’immortalità dell’anima è una qualità dell’anima, una proprietà peculiare dell’anima, un concetto insomma, il quale indica il fatto che le anime sono immortali. Siamo sempre ben lontani dagli asparagi.»
(Achille Campanile, Asparagi e immortalità dell’anima, in idem, Rizzoli 2004, p. 63)
Quest’uomo – non mi stancherò mai di ripeterlo – era un genio.
29 lug 09 Ci sono ben 4 commenti

Achille Campanile, di Tragedie in due battute, ne scrisse più di cinquecento. Intorno agli anni Venti del ‘900.
Questo libretto – che i più arguti avranno capito contenerne solo ottantasette – me lo son portato in borsa per qualche giorno, per leggerlo in treno, e ogni tanto quasi mi vergognavo, perché mi veniva da ridere da sola.
Tragedie in realtà non sono, ma la cosa delle due battute è vera: anzi, a volte ce n’è una sola, o anche nessuna, addirittura. Son proprio epigrammatiche, come si dice. Un genere a sé.
Beppe Severgnini, nella prefazione, dice che in un romanzo si può sbagliare una pagina, in un racconto un paragrafo, in un articolo qualche parola. In una Tragedia in due battute neppure una virgola. E Campanile, dico io, ne sbaglia proprio pochine.
Alcune son proprio dei colpi di genio – e se si considera in che anni se l’è inventate, lo sono ancora di più. Molte vivono di calembours e giochi di parole, altre di paradossi, altre ancora sono le classiche “freddure” sceme, ma proprio sceme sceme, che uno si chiede Ma come mai sto ridendo per una cosa così scema?, col risultato che gli viene ancora più da ridere. Continua →