21 giu 10

Minuzzoli parmigiani

Allora ora racconto di Parma. Un gran guazzabuglio, avverto. Minuzzolame tosto stavolta (nel senso di melenso et frignoso). Tostissimo proprio. Eh.

A Parma prima cosa non ho fatto nemmeno una foto per via che gli appositi occhi, la maggior parte del tempo, ce li avevo impegnati a piangere. Uh madonna quanto abbiam pianto, a Parma (plurale maiestatis): abbiam pianto in casa fuori casa fermi in movimento sommessamente platealmente da soli e con apposito pubblico: non ci siam fatti mancare proprio nulla. L’ultimo giorno ci avevo una faccia sbattuta, ero fighissima. Modestamente.

Di Parma io stavolta mi ricorderò soprattutto alcune cose, tipo: il sapore dei manghi dell’ortofrutta Singh (i manghi che ho mangiato, io non lo so. ah sì invece lo so: cinque), l’aroma antico di un tè nero con un nome che dentro c’è un lago e il sole e la luna, il profumo di una roba tipo incenso che però proprio incenso non è e per l’appunto ora mi son anche dimenticata, cos’era di preciso, me l’han detto ma l’ho dimenticato perché mentre me lo dicevano io ero impegnatissima a fissarmi in mente quell’odore perché mi rimanesse intorno il più possibile; poi invece no, è scappato dai vestiti e dai ricordi, velocissimo: che merda oh.

Io Parma non ve lo immaginate, a un certo punto, quanto l’ho odiata che le avrei dato fuoco, le avrei, che mi sembrava di stare in una prigione e mi si suicidavano i pensieri, e le ore passate a una finestra a tener d’occhio le bici che passavano, ché le bici che passano nei borghi zitti di Parma ci son dei momenti nella vita che bisogna tenerle d’occhio, bisogna, ma è mica divertente come cosa da fare, anzi è bruttissima, pertanto non ve la consiglio. Continua →

19 giu 10

Qui

«Qui – vuol dire qui, dove il fiore del ciliegio
vuol essere più nero che laggiù.
Qui – vuol dire questa mano che ad esserlo lo aiuta.
Qui – vuol dire quella nave sulla quale
rimontai il fiume di sabbia:
stretta agli ormeggi essa giace
nel sonno che tu cospargesti.

Qui – vuol dire un uomo che conosco:
la sua tempia è bianca
come la brace che egli spense.
Mi scagliò in fronte il suo bicchiere
e venne,
trascorso un anno,
a baciare la fronte risanata.
Egli mi disse la mala e la buona parola
e nulla più disse da allora.

Qui – vuol dire questa città,
che è retta da te e dalla nube
dall’alto delle sue sere.»

(Paul Celan, Qui, in Di soglia in soglia, Einaudi 1996)

~

Da Parma: il mio ostinato, faticoso, inflessibile eppur paziente “qui”.

13 giu 10

Se sono parole quelle che nessuno ascolta

«E m’inoltro sospeso, entro nell’ombra,
dubito, mi smarrisco nei sentieri.
E nel ceppo non so che avviene, rigido
nel vortice di foglie macerate
e divise dai rami e dalla terra.

Moto triste che il sole non illumina,
né la luce, ma un lume sotterraneo
di materia romita che ci guarda,
fissa come la luce del pensiero
quando il vento della memoria spira,
sparge e aduna indicibili me stessi.

Tale, credi, non ha sorgente il moto
puro che mi trascina via, risale
lontano ove si scinde la mia vita
in ipotesi oscure, in sofferenze
vaghe, in vicissitudini remote. Continua →

07 giu 10

Il male oscuro (alla seconda)

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«Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare le cause, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato.»

(da C.E. Gadda, La cognizione del dolore, qui come epigrafe a Giuseppe Berto, Il male oscuro, Mondadori 1964)

~

(no perché bisogna anche sapere che Il male oscuro di Berto, per me, a livello di libro farne a meno nella vita sarebbe difficilissimo, lo considero proprio un capolavoro assoluto, come si suol dire, e se dovessi sceglierne solo tre, di libri, come sempre accade di doverne scegliere tre prima o poi nella vita, lo sanno tutti, tipo quando vai su un’isola deserta con la valigia piccina, cose così, ecco, io lui di sicuro lo sceglierei per primo – e poi dopo La coscienza di Zeno – e poi dopo ancora il Voyage di Céline. Per dire. Son cose interessanti e significative, converrete tutti. Eh.)

29 mag 10

L’amore non si dice

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Allora c’è questo Edoardo che ama questa Teresa, che però non lo riama, come delle volte può capitare nella vita di tutti noi. E questo Edoardo, alla Teresa, le scrive lo stesso delle raccomandate a sfondo amoroso, per via che l’amore, quando si ama, vien parecchio da dirlo a prescindere.

Poi però succede che la Teresa a un certo punto dice no va beh ‘desso veramente basta, queste raccomandate a sfondo amoroso, non se ne può più. Allora l’Edoardo, pur di continuare a scrivere a questa Teresa che non lo ama ma lui invece sì, inizia a scriverle di tutto – ma tutto tutto eh – , pur di scriverle: fuorché l’amore. E con posta ordinaria. Continua →

27 mag 10

Benedetta

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«Intanto nel maggio 1950 mio padre inizia la relazione con Alda Merini, relazione molto importante nella sua vita di quegli anni, poi tutto si è aggravato per il palese squilibrio mentale della Merini. La quale un giorno incontra mia madre e le dice: “Signora, lo sa che mi sono innamorata di suo marito?” “Ma se lo prenda, benedetta, se lo prenda!” ha risposto lei.»

(Lietta Manganelli, in Album fotografico di Giorgio Manganelli, commento alla foto n. 38, Quodlibet 2010, pp. 46-47)

25 mag 10

Patrizia

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«Lui ha sempre girato con la sua macchina da scrivere che si chiamava Patrizia; come uno che ha due mogli, lui ebbe due macchine da scrivere. La prima si chiamava Tutankamen ed era una vecchissima macchina; poi suo fratello gli regalò questa Olivetti che si chiamava Patrizia che mio padre si portava dietro dovunque e dappertutto. L’unica volta che non se la portò dietro perché aveva troppi pacchi e valigie, ha detto: bah, mi daranno qualcosa lì; era andato a Francoforte alla fiera del libro; gli dettero una macchina semplicemente elettrica, di quelle con il display piccolissimo; lui incominciò a scrivere, dopo di che l’abbandonò sdegnato dicendo: questa macchina scrive quello che vuole lei, e per di più mi guarda male.»

(Lietta Manganelli, in Album fotografico di Giorgio Manganelli, commento alla foto n. 82, Quodlibet 2010, p. 83)

20 mag 10

Quarantadue (per una bizzarria non rara ma raramente tanto minuziosamente lavorata)

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«Un uomo sta cercando di dimenticare una donna; non è una situazione eccezionale, non fosse il fatto che egli non ama quella donna. Una donna cerca di dimenticare un uomo, anche essa un uomo che non ama. Non hanno avuto alcun rapporto amoroso, nemmeno erroneo, non si sono fatte dichiarazioni, ma forse hanno fatto delle ipotesi e dei progetti putativi. Le ipotesi tenevano sempre conto del fatto che l’uomo e la donna non si amavano, e tuttavia erano delle ipotesi che riguardavano la donna e l’uomo. Hanno parlato di molte cose indifferenti, e di talune cose importanti ma estremamente generiche. No, forse astratte sarebbe la parola più esatta. Così, entrambi si sono irretiti in un gioco inconsistente di astrazioni, effettivamente deserte, ma la cui potenza mentale è intensa. Dunque, cercano di dimenticare le astrazioni? Continua →

19 mag 10

Ascolta. Piove

Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto (da Alcyone, 1903).
Lettura di Roberto Herlitzka su musica di Yann Tiersen

«… E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
»

17 mag 10

Alla fine me ne sono usciti un pochini (di minuzzoli)

reggioemilia_01

C’era questa foto di Alessandra Spranzi – mi pare – che ritraeva degli anellini di pongo di tutti i colori, mi piaceva tantissimo.

A Reggio Emilia quest’anno il tema del festival Fotografia Europea era l’incanto, e io mi sono incantata un continuo, coerentissima, e così davanti a tutti. Mi incantavo talmente che c’è uno che per strada mi ha fermata mi ha detto Sei bellissima. E non aveva neanche molto bevuto.

barbapapa

Vetrina di giocattolaio a Tivoli con abbondanza di Barbapapà (quello più grande nero è Barbabarba, l’artista della famiglia, ed è l’unico che ha i peli)

A Tivoli nessuno mi ha detto che ero bellissima nonostante abbia anche lì subìto diversi incantamenti per esempio quando ho visto una vetrina di giocattolaio che ci aveva tutti i peluche Trudi che io potevo desiderare e anche i peluche dei Barbapapà e le tazze, e io infatti ho comprato una tazza che rappresenta il Barbapapà – il babbo, quello rosa – che tramite apposito barbatrucco si è trasformato in tazza; quello è stato in effetti un momento molto incantevole che dovevo essere altrettanto bellissima, solo che non se n’è accorto nessuno. Continua →