20 feb 10

L’Olimpo come l’osteria

«… Perché Caravaggio, col suo caratteraccio, segue il suo estro e “quando ha lavorato due settimane” (sappiamo da chi ben lo conosce e l’apprezza come artista) lui si stufa; e lo si vede, fosco d’occhi, capelli, umore e colorito, “andare a spasso per un mese o due con la spada al fianco e un servo dietro, da un gioco di palla all’altro, sempre pronto ad attaccar briga ed azzuffarsi“…

… Col rifiuto d’ogni gerarchia di genere e canone di “decoro” e composizione; il sovvertimento della mitologia in attualità plebea; l’ieri come l’oggi, l’altrove come qui, l’Olimpo come l’osteria…

… Questa pienezza, che fa di ogni dipinto un dramma colto nell’attimo più significante, dove la luce e l’ombra sono protagonisti quanto e ancor più dei corpi che le tenebre interrompono, e in cui lo spettatore non resta “fuori”, ma con accorgimenti è come risucchiato…»

(Fabrizio Dentice su La Repubblica di oggi)

caravaggio_deposizione

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Deposizione, 1602-04, olio su tela, 300 x 203 cm. Conservato nella Pinacoteca Vaticana, è tra le opere esposte nella mostra “Caravaggio” allestita presso le Scuderie del Quirinale (Roma), inaugurata oggi e aperta fino al 13 giugno 2010

(mi premeva solo avvertire che questa qui è una mostra che a me mi viene la sindrome di Stendhal già solo a leggere gli articoli che ne parlano, una specie di eiaculazione precoce, ma che dico precoce: preventiva proprio)

19 feb 10

La presa per il culo cosmica

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«gli uomini e le donne alla fine si mollano.
gli uomini e le donne
volutamente abbandonano le
persone che amano nei manicomi
sotto sedativi o
elettroshock
fino a che non muoiono.

i gatti ammazzano i gatti alle
3 del mattino
sbranando via le zampe
anteriori e squarciando la
gola
lasciando pellicce irrigidite
e forme immobili
per un qualsiasi raccoglitore di
immondizia e vita
che se n’è andata.

tanti vorrebbero essere buoni
e comprensivi
tanti vorrebbero comportarsi da colti
e consapevoli
tanti usano la parola
amore
come se parlassero sul
serio.

e troppi ci credono
quando la
sentono.

le nostre possibilità sono annullate
proprio dal desiderio di
essere buoni.

c’è bisogno delle tasse
per poter sfamare e
vestire e divertire
tutti quelli
nei manicomi
e altrove
che hanno creduto nell’amore
quando in realtà non
c’era quasi
niente.»

(Charles Bukowski, The cosmic joke, in Quando mi hai lasciato mi hai lasciato tre mutande,
minimum fax 2004, pp. 75-77)

(e che gli vuoi dire, a uno così: che delle volte serve, è l’unico possibile. anche se preferiresti di no. o forse invece ti va benissimo così, grazie: questa poesia è meravigliosa, e vaffanculo)

18 feb 10

Dall’élan funeste al languido strazio dell’attesa

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«Tutti i maestri del moderno, dal Romanticismo in poi, non erano forse stati dei viaggiatori, nel mondo reale non meno che in quello delle idee o dei sogni? Cos’era stato, in buona parte, l’Ottocento se non una serie d’incursioni nel lontano, se non una teoria di fughe e di azzardi, se non un’immensa sete di orizzonti?
Questa sete, però, anziché raggiungere luoghi davvero appaganti, si era scontrata con l’evidenza di un’impasse sempre in agguato: lo slancio verso l’altrove era diventato l’élan funeste di Rimbaud, i viaggi verso una vita nuova avevano finito per essere fughe a precipizio nel nonsenso.
Al fondo di tutto ciò stava il paradosso dell’utopia: l’assillo d’un desiderio inesauribile, e perciò assurdo, tragico, votato allo scacco. Continua →

17 feb 10

Se dobbiamo vivere ancora

«Ora dalla notte al giorno.
Ora da un fianco all’altro.
Ora per i trentenni.

Ora rassettata per il canto dei galli.
Ora in cui la terra ci rinnega.
Ora in cui il vento soffia dalle stelle spente.
Ora del chissà-se-resterà-qualcosa-di-noi.

Ora vuota.
Sorda, vana.
Fondo di ogni altra cosa.

Nessuno sta bene alle quattro del mattino.
Se le formiche stanno bene alle quattro del mattino – le nostre congratulazioni. E che arrivino le cinque, se dobbiamo vivere ancora.»

(W. Szymborska, Le quattro del mattino)

14 feb 10

La descrizione di un sorriso

«Si tratta di un sorriso – crociani e strutturalisti abbiano pietà di me – dove confluiscono tutti i temi della sua opera di scrittore: contiene, in superficie, confusione, impaccio, una sorta di sbigottito deglutimento da recluta, che coprono appena una tremula richiesta di perdono, un’ammissione d’inettitudine a vivere, di completa vulnerabilità, e un fondo di sconfinata, disastrosa tenerezza verso le minime cose del creato, di comprensione per ogni concepibile debolezza, follia, bassezza e contraddizione umana. E’ un sorriso mite, soave, sincero, disarmante, e il suo effetto su chi lo vede per la prima volta è infallibile: ecco finalmente, si pensa, un Uomo Buono.»

(Carlo Fruttero descrive il sorriso di Franco Lucentini nel racconto-prefazione a Notizie degli scavi, Mondadori, 1973. Citato nella postfazione di Domenico Scarpa all’edizione Mondadori del 2001)

12 feb 10

A livello di precauzione

Non so se vi è mai successo.

Che un giorno – tipo oggi alle ore 12.47 – ti arriva la newsletter di una nota casa editrice e vedi un nome che non ti suona per niente nuovo, fai mente locale e pensi Noddài, non è possibile che quel cretino pervertito pallonegonfiato maniaco sessuale insulso squilibrato* che anni fa ci trovammo a scambiarci parole e non solo – soprattutto non solo – in riva a un fiume in un momento di mia particolare dissolutezza e sbandamento e lui mi raccontava della famosa scuola di scrittura creativa che frequentava e io pensavo che schifo, le scuole di scrittura creativa, e soprattutto quella che frequentava lui, e mi mandava da leggere i suoi fessi raccontini nel cassetto che facevano il verso a chi insegnava nella famosa e odiata scuola di scrittura creativa testé ricordata, e insomma al di là di tutto era veramente un cretino, fidatevi, e ora mi tocca ricordarmi come si chiamava solo per via del suo nome e cognome stampato sulla copertina di un libro in uscita per una nota casa editrice. Diosanto. Dove-andremo-a-finire.

E allora mi chiedevo: vi è mai successo?
Ecco, sappiate che fa tantissimo ridere, quando succede.

E comunque gli scrittori secondo me è sempre meglio non conoscerli di persona. Anche quelli futuri. Proprio a livello di precauzione.

* per la cronaca: fui io a troncare. sennò sembra che è il mio orgoglio ferito che parla, quando invece sono io

12 feb 10

Quel perenne senso d’attesa e d’incompiuto

«… Era infine l’esigenza di spingersi il più possibile vicino a un nucleo emotivo che desse delle cose e delle persone quel perenne senso d’attesa e d’incompiuto che i poeti conoscono bene e che Hopper avrebbe voluto esprimere: “Se sapessi dire quello che vedo, non avrei bisogno di dipingerlo“, fu una delle sue frasi più celebri. Ma cosa vedeva esattamente Hopper? Perché il vero problema, con tutta la sua magia, è qui. Hopper vedeva quanto di noi e delle cose persiste nel mondo per un mero dato di fatto, sotto l’influsso della luce che li scontorna dal nulla, facendoli entrare e uscire dall’ignoto, in un preciso istante, e più l’istante appare a noi indeterminato, diremmo quasi immotivato, più nel profondo ci è caro, perché l’intera nostra vita è fatta d’istanti così e ne è anzi la somma.»

(Aldo Nove sul Venerdì di Repubblica di oggi)

hopper_roma_2010

Seven A. M., (Le sette del mattino), 1948
Olio su tela, 76,68 x 101,92 cm. New York, Whitney Museum of American Art. Acquisizione e scambio, 50.8. © Whitney Museum of American Art, N.Y. Fotografia di Steven Sloman
Opera esposta nell’ambito della mostra Edward Hopper.
Roma, Fondazione Roma Museo, 16 febbraio – 13 giugno 2010

09 feb 10

Perché tante volte non si può mica sapere

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«Quelli però stavano tutti quanti a parlare che nemmeno mi sentivano. Quell’altra seguitava a smaniare. Stavo a sedere su questo letto e guardavo per terra. Mi guardavo le scarpe scucite. Pure i calzini, che era poco che me l’ero comprati, erano già tutti rotti pure quelli, con tutto che gliel’avevo detto, a quello dove li avevo comprati, che magari volevo spendere qualche cosa di più ma li volevo di qualità buona. Hai visto che qualità buona, che m’avevano dato. No, qui allora si vedeva proprio che era inutile che uno cercava sempre di fare le cose bene. Perché tanto, dopo era uguale. Mannaggia, no. Mannaggia.»
(…)
«Sul sedici, c’erano pure diversi altri che si vedeva che andavano pure loro a San Giovanni, essendo che parecchi portavano i frutti per i parenti.
Ah, ma che,” gli chiesi a una col figlio che portavano una busta con l’uva e un’altra con le noci, e pure un pacchetto tutto incartato bene che diceva premiata pasticceria Alpino, “si possono portare pure i generi di pasticceria?
No,” dissi, “perché io, anzi, mi credevo che magari si poteva portare solo l’uva! Perché credevo che le monache,” dissi, “facevano osservazione.
(…) Continua →

05 feb 10

Un giovedì mattina che avrei anche deciso una cosa

Noi il giovedì mattina è giorno di spesa.
Io non lo so, a occhio e croce, saran vent’anni che ogni giovedì mattina andiamo tutta la famiglia alla Coop a fare la spesa. Un giovedì mattina senza spesa alla Coop, in famiglia mia, non è un vero giovedì mattina: è un giovedì mattina che si dovrebbe solo vergognare, non andare alla Coop.

manichini_coop

Simpatici manichini che c’erano stamattina alla Coop di Pontassieve – provincia di Firenze – per far vedere dei pigiami in offerta da prendere con la carta socio, se uno voleva

E sicché stamattina abbiam fatto la spesa alla Coop.
Eravamo lì nel parcheggio, non so come parlavamo del mio dover tornare a Roma entro giugno prossimo, a un certo punto il mio babbo mi fa: Posso venire anch’io? Continua →

31 gen 10

Andar per mostre – Uno sguardo nell’invisibile, a Firenze

“DE CHIRICO, MAX ERNST, MAGRITTE, BALTHUS.
Uno sguardo nell’invisibile”

Dove: Firenze, Palazzo Strozzi
Quando: dal 26 febbraio al 18 luglio 2010
Link: www.palazzostrozzi.org

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Giorgio de Chirico, L’enigma dell’arrivo e del pomeriggio, 1911-1912, olio su tela, cm 70 x 86,5. Collezione privata

Comunicato Stampa:

Il centro gravitazionale dell’esposizione è costituito da un nucleo di capolavori del periodo metafisico di Giorgio de Chirico (1909-1919). Traduzione pittorica della sensibilità e della particolare concezione della vita maturata dall’artista attraverso la lettura di Nietzsche, la poetica metafisica viene riconosciuta come l’espressione dello stato d’animo di un intero secolo. Alienazione e solitudine. Senso di abbandono, isolamento, inquietudine e disperazione: De Chirico approda alla raffigurazione avant lettre del “grande silenzio” generato dal primo conflitto bellico. Continua →