Robe di libri

09 mar 10

Del piover sul mondo come frittate

paolonori_malcontenti

(perché secondo me – voglio dire a livello di mia personale sensibilità – il fulcro di questo libro – ma guarda forse a pensarci proprio dei libri di Nori in generale – è essenzialmente questo qui, mi sembra: dell’esser piovuti sul mondo come frittate, e tutto ciò che ne consegue)
paolo nori, i malcontenti

06 mar 10

Oramai

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«31.

Quando ci eravamo trovati di fronte all’ingresso del concerto, a vedere la fila che c’era alle casse, non tanto la fila in sé, l’età, di quelli che stavano in fila, che avevan tutti più o meno vent’anni meno di me, e sembravano tutti perfettamente a loro agio, in quella festa dell’Unità, in quel quartiere, in quella città, in quella provincia, in quella regione, in quello stato, in quel continente, su quel pianeta, in quel sistema solare, in quella galassia, in quel periodo storico e in quell’anno, mese, giorno e ora particolari, io che fino a quel momento ero stato contento, del fatto di essere uscito, era una bella serata di fine estate, con delle ombre lunghe che si allungavano per gli stradelli ghiaiati della festa, e non c’era neanche tanta confusione, io tutto d’un tratto mi ero sentito come mi sentivo da ragazzo quando mi obbligavo, mi costringevo, mi condannavo a passare i terribili pomeriggi dei giorni di festa dentro a delle discoteche buie e assordanti dove non facevo altro che bere, sudare, guardare gli altri ballare e pensare che io non andavo bene, per stare al mondo.
Ma adesso, oramai, avevo così poca autorità, su me stesso, che non potevo oramai più obbligarmi a far niente, e mi ero voltato verso Nina e le avevo detto: Ma no, io vi aspetto fuori.»

(Paolo Nori, I malcontenti, Einaudi 2010, pp. 28-29)

Eh. Io pure, oramai.

04 mar 10

La cosa più bella che mi potesse succedere

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«Quando andavo a prendere una bambina di quattro anni all’asilo, entravo nella sua classe, vedevo questa massa di bambini, stringevo gli occhi per cercare i capelli biondi della bambina di quattro anni, o riconoscerne un abito, o un atteggiamento, difficile, in mezzo a trenta bambini, quasi sempre prima che la riconoscessi vedevo un corpo di un metro e pochi centimetri che mi correva incontro disordinato allargando le braccia.
Ecco, per me, in quel periodo lì, avere una persona che quando mi vedeva era contenta di vedermi, avere una persona che era contenta di vedermi veramente, era per me la cosa più bella che mi potesse succedere.»

(Paolo Nori, I malcontenti, Einaudi 2010, pp. 18-19)

… e niente: pensavo che attualmente necessiterei anch’io di apposita bambina di quattro anni; oppure insomma basterebbe qualcuno felice di vedermi, alla fine. ma guarda basterei anche io da sola, al limite, corrermi incontro disordinatamente. ma suvvia non deprimiamoci! (cit.)

ah e poi volevo anche dire che il nuovo libro del Paolo Nori per ora mi sta piacendo molto. dopo ancora non so. ma sospetto anche dopo.

02 mar 10

La luce che fa piangere dei giorni ordinari

Attilio Bertolucci(va’ com’era bello l’Attilio, a ridere)

A me di Bertolucci mi piace che gli piaceva camminare nella natura, e a Casarola faceva un sacco di passeggiate, e delle volte scriveva mentre passeggiava, e poi andava a finire che si innamorava di tutto.

Inoltre a me di Bertolucci mi piace anche quel suo terrore bellissimo di essere abbandonato, abbandonato dall’amore – la Ninetta! – , esser lasciato «solo miserabile in basso», spodestato anche solo per un attimo dal blu delle genziane blu, più in alto e più allettanti dei lamponi pallidini da cercare insieme a schiena piegata tra il verde (ché i lamponi pallidini cercarli da soli è mica la stessa cosa, come è noto a tutti).

Non mi lasciare solo se io
ti lascio sola
e intorno a te la luce
è quella che fa piangere
dei giorni ordinari

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27 feb 10

10 novembre

27_02_2010

«10 novembre

Colpito dalla natura astratta dell’assenza; e tuttavia è bruciante, lacerante. Il che mi fa capire meglio l’astrazione: è assenza e dolore, dolore dell’assenza – forse dunque amore?»

(Roland Barthes, Dove lei non è, Einaudi 2010, p. 44)

Boh.

19 feb 10

La presa per il culo cosmica

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«gli uomini e le donne alla fine si mollano.
gli uomini e le donne
volutamente abbandonano le
persone che amano nei manicomi
sotto sedativi o
elettroshock
fino a che non muoiono.

i gatti ammazzano i gatti alle
3 del mattino
sbranando via le zampe
anteriori e squarciando la
gola
lasciando pellicce irrigidite
e forme immobili
per un qualsiasi raccoglitore di
immondizia e vita
che se n’è andata.

tanti vorrebbero essere buoni
e comprensivi
tanti vorrebbero comportarsi da colti
e consapevoli
tanti usano la parola
amore
come se parlassero sul
serio.

e troppi ci credono
quando la
sentono.

le nostre possibilità sono annullate
proprio dal desiderio di
essere buoni.

c’è bisogno delle tasse
per poter sfamare e
vestire e divertire
tutti quelli
nei manicomi
e altrove
che hanno creduto nell’amore
quando in realtà non
c’era quasi
niente.»

(Charles Bukowski, The cosmic joke, in Quando mi hai lasciato mi hai lasciato tre mutande,
minimum fax 2004, pp. 75-77)

(e che gli vuoi dire, a uno così: che delle volte serve, è l’unico possibile. anche se preferiresti di no. o forse invece ti va benissimo così, grazie: questa poesia è meravigliosa, e vaffanculo)

18 feb 10

Dall’élan funeste al languido strazio dell’attesa

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«Tutti i maestri del moderno, dal Romanticismo in poi, non erano forse stati dei viaggiatori, nel mondo reale non meno che in quello delle idee o dei sogni? Cos’era stato, in buona parte, l’Ottocento se non una serie d’incursioni nel lontano, se non una teoria di fughe e di azzardi, se non un’immensa sete di orizzonti?
Questa sete, però, anziché raggiungere luoghi davvero appaganti, si era scontrata con l’evidenza di un’impasse sempre in agguato: lo slancio verso l’altrove era diventato l’élan funeste di Rimbaud, i viaggi verso una vita nuova avevano finito per essere fughe a precipizio nel nonsenso.
Al fondo di tutto ciò stava il paradosso dell’utopia: l’assillo d’un desiderio inesauribile, e perciò assurdo, tragico, votato allo scacco. Continua →

14 feb 10

La descrizione di un sorriso

«Si tratta di un sorriso – crociani e strutturalisti abbiano pietà di me – dove confluiscono tutti i temi della sua opera di scrittore: contiene, in superficie, confusione, impaccio, una sorta di sbigottito deglutimento da recluta, che coprono appena una tremula richiesta di perdono, un’ammissione d’inettitudine a vivere, di completa vulnerabilità, e un fondo di sconfinata, disastrosa tenerezza verso le minime cose del creato, di comprensione per ogni concepibile debolezza, follia, bassezza e contraddizione umana. E’ un sorriso mite, soave, sincero, disarmante, e il suo effetto su chi lo vede per la prima volta è infallibile: ecco finalmente, si pensa, un Uomo Buono.»

(Carlo Fruttero descrive il sorriso di Franco Lucentini nel racconto-prefazione a Notizie degli scavi, Mondadori, 1973. Citato nella postfazione di Domenico Scarpa all’edizione Mondadori del 2001)

09 feb 10

Perché tante volte non si può mica sapere

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«Quelli però stavano tutti quanti a parlare che nemmeno mi sentivano. Quell’altra seguitava a smaniare. Stavo a sedere su questo letto e guardavo per terra. Mi guardavo le scarpe scucite. Pure i calzini, che era poco che me l’ero comprati, erano già tutti rotti pure quelli, con tutto che gliel’avevo detto, a quello dove li avevo comprati, che magari volevo spendere qualche cosa di più ma li volevo di qualità buona. Hai visto che qualità buona, che m’avevano dato. No, qui allora si vedeva proprio che era inutile che uno cercava sempre di fare le cose bene. Perché tanto, dopo era uguale. Mannaggia, no. Mannaggia.»
(…)
«Sul sedici, c’erano pure diversi altri che si vedeva che andavano pure loro a San Giovanni, essendo che parecchi portavano i frutti per i parenti.
Ah, ma che,” gli chiesi a una col figlio che portavano una busta con l’uva e un’altra con le noci, e pure un pacchetto tutto incartato bene che diceva premiata pasticceria Alpino, “si possono portare pure i generi di pasticceria?
No,” dissi, “perché io, anzi, mi credevo che magari si poteva portare solo l’uva! Perché credevo che le monache,” dissi, “facevano osservazione.
(…) Continua →

26 dic 09

I regali, che bella invenzione

Ah, il Natale, che meraviglia! (sospira) …Bè sì insomma, diciamo i regali, ecco, soprattutto. Sicché, da capo: ah, i regali, che meraviglia! (sospira di nuovo, ma con più gusto)

Soprattutto quelli destinati a me, specie quando sono libri, vieppiù quando sono libri che avevo desiderato in maniera appositamente rumorosa e inequivocabile tendente al supplichevole.

Babbo Natale, quest’anno, non gli si può dir niente: mi ha portato un carico di libri talmente stupendi che io veramente a vederli tutti insieme mi congratulo con me stessa, c’ho dei gusti veramente bellissimi, mi dico, complimenti.

regali_2009

E di preciso: prima di tutti lui, proprio lui lui lui, il desiatissimo e cofanettato Nebbia di Eco-Ceserani (esulta facendo la hola); poi un altro con Eco di mezzo, ché questo Natale si vede m’era presa l’Echite: Vertigine della lista, s’intitola, e anche questo è un repertorio tematico dei suoi, libidinosamente illustrato; poi un inconsueto libretto di Tahar Ben Jelloun intitolato La via di uno soltanto, che parla di una via molto stretta e dell’arte di Giacometti, Alberto, quello delle sculturine secchesecche e lunghelunghe, in prevalenza; e infine L’Italia delle meraviglie di Sgarbi, ché a me Sgarbi a parlar d’arte non ci crederete ma quasi lo sopporto e anzi delle volte lo sto a sentire anche volentieri, mi vergogno un po’ a dirlo, e questo libro tra l’altro asseconda/alimenta il mio vizio dell’erranza peninsulare a sfondo artistico in maniera che ci piace molto, a noi. Ecco.

regali_2009_bis

Poi questa congiuntura favorevole di Natale passato e compleanno futuro (gennaio) mi sta pericolosamente istigando a un acquisto che pavento ormai da anni… che ora non voglio dirlo per scaramanzia ma vi do un indizio: comincia per “i” e finisce per “phone”, ed è un oggetto luciferino davanti al quale io mi commuovo fino alle lacrime per via di questa mia perversione tormentata ed estatica verso l’hi-tech fatto bene.
Son molto combattuta, eh. Mi sono apparsi anche l’angioletto e il diavoletto d’ordinanza sulle rispettive spalle, a contendersi quel che resta della mia anima. O meglio: ho un angioletto su una spalla e una torma di diavoletti molto fighi e motivati – e tutti tra l’altro muniti del suddetto “i” e poi “phone” – , sull’altra.

E’ una lotta tra il Bene e il Male che io però mi sento molto propensa verso il Male, vi avverto subito, e questa cosa mi prefigura vagamente un trentunesimo anno da vivere all’insegna della più bieca dissolutezza. (esulta furtivamente insieme alla torma di diavoletti viziosi)