Poesia del giovedì

02 mar 10

La luce che fa piangere dei giorni ordinari

Attilio Bertolucci(va’ com’era bello l’Attilio, a ridere)

A me di Bertolucci mi piace che gli piaceva camminare nella natura, e a Casarola faceva un sacco di passeggiate, e delle volte scriveva mentre passeggiava, e poi andava a finire che si innamorava di tutto.

Inoltre a me di Bertolucci mi piace anche quel suo terrore bellissimo di essere abbandonato, abbandonato dall’amore – la Ninetta! – , esser lasciato «solo miserabile in basso», spodestato anche solo per un attimo dal blu delle genziane blu, più in alto e più allettanti dei lamponi pallidini da cercare insieme a schiena piegata tra il verde (ché i lamponi pallidini cercarli da soli è mica la stessa cosa, come è noto a tutti).

Non mi lasciare solo se io
ti lascio sola
e intorno a te la luce
è quella che fa piangere
dei giorni ordinari

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01 mar 10

In me c’è qualcosa di rotto

«In me c’è qualcosa di rotto.
Sono come l’orologio che si ferma
poco dopo averlo caricato,
come il piatto incrinato che non torna
nuovo se anche
lo incolli con cura.

In me c’è qualcosa di schiacciato.
Sono come il tubetto di dentifricio
quando nulla ne esce
se anche lo premi,
come la pallina da ping-pong ammaccata
che non può tenere più in gioco
nemmeno un buon giocatore.

Ci sono oggetti distrutti e schiacciati
dal principio, senza motivo, in me:
l’ombrello che non sta aperto, il violino
fuori uso e i sandali coi cinturini rotti,
il rubinetto intasato, il flauto
sfiatato, la lampada consumata.

Eppure non mi perdo di morale,
l’ira non mi trascina, né mi tormento
come una volta, anzi mi auguro
di potermi riempire
di quelle cose inutili,
restando distrutto e schiacciato,
in questo trovando il mio orgoglio.»

(Kikuo Takano)

… Eh. Beato te.

21 feb 10

O così o niente

bertolucci_ninetta

«Portami con te nel mattino vivace
le reni rotte l’occhio sveglio appoggiato
al tuo fianco di donna che cammina
come fa l’amore,

sono gli ultimi giorni dell’inverno
a bagnarci le mani e i camini
fumano più del necessario in una
stagione così tiepida,

ma lascia che vadano in malora
economia e sobrietà,
si consumino le scorte
della città e della nazione

se il cielo offuscandosi, e poi
schiarendo per un sole più forte,
ci saremo trovati
là dove vita e morte hanno una sosta,

sfavilla il mezzogiorno, lamiera
che è azzurra ormai
senza residui e sopra
calmi uccelli camminano non volano.»

(Attilio Bertolucci, Portami con te, da Viaggio in inverno,
in P.V. Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Mondadori 2000)

(io nella prossima vita ho deciso voglio un uomo che mi ami così, come l’Attilio alla Ninetta. con le stesse parole, voglio che mi ami. virgole comprese.

o così o niente.)

17 feb 10

Se dobbiamo vivere ancora

«Ora dalla notte al giorno.
Ora da un fianco all’altro.
Ora per i trentenni.

Ora rassettata per il canto dei galli.
Ora in cui la terra ci rinnega.
Ora in cui il vento soffia dalle stelle spente.
Ora del chissà-se-resterà-qualcosa-di-noi.

Ora vuota.
Sorda, vana.
Fondo di ogni altra cosa.

Nessuno sta bene alle quattro del mattino.
Se le formiche stanno bene alle quattro del mattino – le nostre congratulazioni. E che arrivino le cinque, se dobbiamo vivere ancora.»

(W. Szymborska, Le quattro del mattino)

13 gen 10

Natura morta con palloncino

palloncini_bis

Palloncini in via della Spada.
Firenze, mattina del 12 gennaio 2010

Invece del ritorno dei ricordi
al momento di morire
mi prenoto il ritorno
degli oggetti smarriti.

Da finestre, porte – ecco ombrelli,
valigia, guanti, cappotto,
perché io possa dire:
Che me ne faccio?

Spille, questo e quel pettine,
una rosa di carta, uno spago,
perché io possa dire:
Non rimpiango nulla. Continua →

13 nov 09

Due imbecilli

«Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo

Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto

Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
ed il commento dice
due imbecilli»

(Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawke)

Allora certe volte io ho come l’impressione che tutti questi trent’anni di vita e d’amore mi sian serviti essenzialmente a capire che quando una cosa tra due persone finisce bisognerebbe fare come quando sei sul treno e hai attaccato bottone con un altro/a passeggero/a e per quanto sia un piacevole intrattenimento poi arriva la tua stazione e allora ti prepari a scendere con la grazia di chi se l’aspettava e il congedo si riduce a un disinvolto disincanto che dovrebbe suonar così, più o meno:
- Allora ciao, eh.
- Ciao.

Tutto il resto è imbecillitudine.

09 nov 09

Discorso all’Ufficio Oggetti Smarriti

«Ho perso qualche dea per via dal Sud al Nord,
e anche molti dèi per via dall’Est all’Ovest.
Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita.
Mi è sprofondata nel mare un’isola, e un’altra.
Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli,
chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio.
Mi morirono i fratelli quando strisciai a riva
e solo un ossicino festeggia in me la ricorrenza.
Non stavo nella pelle, sprecavo vertebre e gambe,
me ne uscivo di senno più e più volte.
Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio,
ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde.

Perduto, smarrito, ai quattro venti se n’è volato.
Mi stupisco io stessa del poco di me che è restato:
una persona singola per ora di genere umano,
che ha perso solo ieri l’ombrello sul treno.»

(Wisława Szymborska, Discorso all’Ufficio Oggetti Smarriti)

Quanto mi piace, a me, questa poesia.
Anche oggi che mi dispiace tutto, lei invece continua a piacermi, la leggo e la rileggo e ogni volta la sento più mia, perché è semplice, dice l’essenziale, e se mi dicessero Continua io direi No, perché mai, c’è nient’altro da sapere.
Azzardo una dedica: a chi non ci son proprio riuscita, a spiegarmi, nella speranza che l’aiuti ad intuire, da lontano, l’improbabile perché del mio tutto e del mio niente (soprattutto il niente, io credo, si fa fatica, mi rendo ben conto).