No ma guarda vabbe’ che vergogna, averci un blog che non ci si scrive niente da più di un mese. Allora ora credo che spargerò un po’ di minuzzoli per amor di consuetudine, però solo quelli che mi ricordo, ché in questo ultimo mese son stata in un saaaacco di posti (tre) e non è che mi posso ricordare tutto (di foto ne ho fatte pochissime quasi zero allora ne metto solo due a casaccio, volevo avvertire, che di più ho molta fatica).
Per esempio mi ricordo che a Pesaro ho visto il mare e c’era un vento forte di quelli tipici marini che dopo sei spettinatissima e tutta appiccicosa di sputacchietti di mare. Ora non so se vi ricordate (spero di no) che io nel mare di Pesaro ci avevo un programma preciso di affogarci dentro un nome, solo che lì per lì mi pareva che non mi riusciva granché (non mi riusciva per niente) per via di quella romanticheria tipica dei tramonti di mare che si diventa molli come straccetti bagnati dipinti a cuoricini allora è un po’ difficile affogarci i nomi, vien più facile succhiarseli in mente con dolcezza infinita tipo caramella mou con ripieno di cremina. Allora niente, la cosa bella è che dopo qualche giorno invece io mi sono accorta che quel nome lì che lo volevo affogare e mi pareva che non ci riuscivo per niente, ecco, nel frattempo si era suicidato da sé senza che me ne accorgessi: allora ho pensato madonna oh che ganza la vita, delle volte! (quasi mai) (a maggior ragione quando succede ti pare proprio ganzissimissima) (poi però vi anticipo che mi son dovuta ricredere, sulla ganzità della vita).


A Pesaro ci ho visto anche le foto di Ghirri (che sono bolle di stupefacenza colte un attimo prima di scoppiare) e Giacomelli (che sono cicatrici da chiederne ancora, una roba un po’ sadomaso), poi dopo quando sono uscita dal posto dove erano esposte saran state le sette di sera, c’era una luce di bronzo per strada bella da impressionarsi e un ragazzo che al telefono diceva Bisognerebbe vederci alltogether. Io allora ho preso un gelato con sopra la panna.
Successivamente in libreria ho comprato un libro intitolato Siamo fragili, spariamo poesia (ora non guardate che sembra una cosa molto religiosa per via dell’editore, eh, ci son dentro poesie bellissime lo stesso), e con l’ultima luce, seduta sulla sabbia umida, ho letto una poesia che faceva così:
«Tra due rocce aguzze
Vive una donna a pezzi.
Nel suolo sparso di fiordalisi
Un piede ha messo radici.
Gli animali della notte e dei sogni
La nutrono di canzoni perdute.
E’ là in attesa che si estingua il cielo
Per liberare l’eternità.»
Pensavo che anche io ero lì in attesa che si estinguesse il cielo, ma più che altro per andare a mangiare. E infatti poi sono andata a mangiare. Per cena, per la prima volta nella mia intera vita, a Pesaro ho mangiato da sola a un ristorante, quello dell’albergo (che poi io, che non andavo in un albergo, anni e anni, per via che gli alberghi mi fanno la disperazione): sedanini pasticciati e hamburger con le patatine. Sul tavolo c’era anche un vasino con delle graziose margheritine che io ho pensato va’ però belline, sembrano finte. Erano finte. (ecco, dicevo: la disperazione). Infine io non sapevo dove guardare né come tenere le mani: ci avevo l’imbarazzo della solitudine.
A Pesaro ho capito che io del mare ci ho bisogno perché mi tramuta lo scatafascio in malinconica ebetitudine bellissima; poi ho capito che il verso dei gabbiani all’imbrunire (che sono barchette di carta sul mare) è una cosa di quelle per cui mi dispiacerà morire (insieme tipo ai Sofficini e altre cose di pari importanza).
Poi dopo in treno mi son detta Oh, là, si torna a casa!, e invece no, andavo in Emilia, che non mi spiegherò mai perché nonostante tutto io me la senta più casa di casa, questa Emilia benedetta che è il contrario di me (credo).
In Emilia di preciso dormivo a Carpi, dentro una finestra aguzza che dava su piazza dei Martiri, che è una piazza lunghissima e parecchio fascinante (che poi vorrei anche aggiungere che io Carpi ero partita molto prevenuta, invece guarda, facevo male); la mattina della ripartenza erano appena le sei e io bevevo tè nero cerimoniosamente preparato in tazzine di plastica e guardavo la piazza e il sole che spingeva dietro la cattedrale e ci avevo anche dei biscottini al cioccolato e mi sembrava tutto abbastanza strano ma tutto sommato ganzo.
Nel mezzo son successe le cose. Per esempio mi ricordo “Mia cara e adorata Gudrun, ho appreso adesso che saremo tutti fucilati tra quattro ore”, e un panino al salmone zucca rucola e zenzero, e Stefano Benni e Erri De Luca, e il parmigiano intinto nella confettura di amarene fuori dal mercato Albinelli a Modena (che è un mercato evolutissimo ci ha anche un sito internet), e quando sempre a Modena fuori dal Palazzo dei Musei mi han chiesto se studiavo psicologia e ho risposto sì anche se non era mica vero, e da lì in poi com’è come non è da una che ero siam diventati due.
Ah poi anche un’altra cosa, che praticamente ci ho avuto una storia di passione di circa quindici minuti sul treno Carpi-Modena con un distinto pensionato ultraottantenne che mi ha raccontato tantissime cose solo che io le capivo a tratti perché i trenini dell’emiliaromagna fanno un casino della madonna mentre vanno, ma tra le cose che ho capito c’era: che le mucche fanno il latto più buono se ascoltano Rossini; una campionessa di pattinaggio; un ricambio per la penna stilografica da usare una volta e poi buttar via così la mafia non può risalire a te analizzando l’inchiostro. Arrivati a Modena il pensionato mi ha stretto un ginocchio e baciato una mano e invitata a pranzo, solo che io ci ho detto che non potevo ci avevo un appuntamento ma grazie davvero grazie e ci ho dato due baci sulle guanciotte e ci siamo fatti gli auguri generici, e il nostro amore finì così, sul binario due.
(che poi comunque io, in generale, il successo che riscuoto con i pensionati emiliani, lasciam perdere che sennò sembra che mi vanto)
Ora volevo fare una riflessione di un certo spessore: a Modena c’è un campanilismo letterario che da Feltrinelli il nuovo libro di Ugo Cornia è in quinta posizione nella classifica dei più venduti. Infatti l’ho comprato anch’io, nonostante devo ammettere Ugo Cornia a me non mi piace tantissimo, ma andare a Modena senza comprare un libro di Ugo Cornia mi sembrava una cosa che mi perdevo qualcosa di importante. Poi infatti a camminare verso piazza Pomposa ridevo a legger come inizia, e cioè: «Una sera, e non sarà stato neanche tanto tempo fa, mentre cercavo di addormentarmi, di colpo e per la prima volta in tutta la mia vita, ho pensato che non mi era mai capitato, allo scopo di addormentarmi, di mettermi per esempio a pensare a un cubo di oro massiccio di un metro esatto di lato», e l’avrei voluto legger tutto lì, camminando avanti e indietro tra piazza Grande e piazza Pomposa. Solo che poi dovevo anche tornare a Carpi, che ero stanca poi era iniziato anche a piovere, ho rinunciato. Però guarda, peccato (che poi infatti a casa non ho continuato a leggerlo perché a me Ugo Cornia, devo ammettere, non è che mi piace tantissimo, fuori Modena).
Poi dopo son tornata a casa, dopo una decina di giorni sono andata a Roma, e anche lì il programma era che dovevo esser da sola invece si era in due. Era una specie di scommessa: non l’abbiam vinta né persa e a me mi piaceva che fosse andata così, che a non vincerla né perderla ci rimaneva la voglia di giocare (poi si scoprì che non era così). Di Roma mi ricordo soprattutto un tramonto sul Tevere che io non lo so, era così bello che mi incantavo a guardare anche delle cose non proprio poeticissime tipo la scrittina luminosa degli auti che passavano sopra il ponte Sublicio o lo scheletro del gasometro di Testaccio all’imbrunire o la selva di antenne sui tetti, cose così, tutte bellissime da struggersi di bellezza e io infatti mi struggevo parecchio, che da strutta faccio anche la mia porca figura.
Poi niente, dopo son tornata a casa un’altra volta e la famiglia intera mi è partita in vacanza per due settimane e io che dovevo essere molto sola anche lì invece per qualche giorno siam stati nuovamente in due, e si era deciso di continuare a essere in due anche dopo, tipo andare nei posti insieme cose così, invece nulla, che io ci ho gli amori velocissimi che in circa tre settimane riescono a percorrere tutta la parabola ascendente e poi van giù a rotta di collo ci si odia non ci si parla più, il tutto in un tempo davvero modico che delle volte mi viene da pensare che io, la mia vita, mi pare una distilleria clandestina.
Allora niente, ora tra pochi giorni vado a Ferrara che lì invece, all’incontrario, il programma era che si doveva essere in due invece sono da sola, che intendiamoci alla luce dei fatti è meglio così, eh, però cazzo vedi a far programmi, che lavoro, perdio.
Ora scusate sono un po’ giù di morale e inoltre è tutto il giorno che ci ho gli attacchi di risata sardonica, sarei un po’ stanchina. Tante cose a tutti.
Tags: carpi, emilia romagna, minuzzoli, modena, pesaro, roma
I vecchietti emiliani hanno un fascino tutto particolare.
Se soltanto si lasciassero sedurre da me! :D
Credo che il segreto stia tutto nell’ancheggiamento involontario. … Prova! ;-p
Ma si dice “strutta” o “struggiuta”?
ora che mi ci fai pensare, propenderei per lo struggiuta.
io l’italiano è una lingua che ci ho dei seri problemi, effettivamente.
noi vecchietti emiliani ne sappiamo una più del diavolo. fatti un test di gravidanza, va.