Ora vi racconto di quando ero pazza (e di come lo sono di nuovo)

Come si fa, eh, dir le cose quando non si possono dire. Non è un’occupazione facilissima né rilassante, cosa che io invece preferivo, se era. Perché certe cose non si possono dire, non ci sono parole abbastanza, poi su un blog, ma figurati, su un blog come il mio poi, ma figurati di nuovo, figurati. Però a uno gli verrebbe lo stesso da dirle, perché siamo umani e quindi molto sciocchini e fatti di cose che si rompono e quando si rompono delle volte fan fare cose ancor più molto sciocchine tipo scrivere certe cose su un blog e delle volte anche parecchio peggio, cose sciocchinissime e ben più tristi di questa. Ma a noi che ce ne importa.

Allora ora vi racconto una cosa lunghissima e noiosa.

C’era una volta diversi anni fa, c’era una volta io che non mi riusciva più la vita, non che mi sia mai riuscita benissimo ma in quegli anni lì, ecco, non c’era verso, non mi riusciva proprio più. C’era una volta quando ero pazza (si può dire anche depressa ma non rende l’idea, a dir depressa chi non sa cos’è pensa che vuol dire tipo essere un po’ tristanzuoli e frignare spessamente e chiudersi in casa per dei giorni qualche volta e fare un po’ le vittime e dire di tanto in tanto uh madonna come son depressa: ecco no, non è così, sapete, non è così: allora io preferisco dire pazza, che rende meglio l’idea), sicché dicevo: c’era una volta quando ero pazza e delle volte capitava anche di usarsi come posacenere pur di non sentire il dolore dentro la testa sentire solo quello della carne che in confronto era sollievo erano carezze buone perché distraevano, e delle volte capitava di non aver più occhi per guardare dal tanto che si erano bruciati e sciolti, e delle volte capitava che disimparavi il pudore e piangevi per strada e ovunque, davanti a chiunque, e a ognuno avresti chiesto tienimi un po’ tra le braccia anche se non sai chi sono, dammi un po’ di tregua; delle volte la strada invece non la vedevi per settimane, sepolta viva a marcire di colpa e vergogna, a far finta di non esistere già più a non capacitarsi del perché invece esistevi ancora, mostro da niente che eri; delle volte capitava che gridavi aiuto, lo gridavi davvero con la voce alta che a pensarci mi vengono i brividi dal dispiacere, ma da sola gridavi, che non si capisse troppo che eri pazza, e allora delle volte capitava anche di rivolger la parola a un dio qualsiasi in cui assolutamente non credi e non credevi ma ci parlavi lo stesso non si sa mai gli dicevi gli urlavi prendimi prendimi ti prego prendimi uccidimi spegnimi, e lo imploravi così per delle giornate intere, quelle più inimmaginabili, quelle che volendo ci si muore dentro davvero ma non per merito di dio; delle volte capitava che mi scompariva il mondo fuori, delle volte scomparivo io mi moriva la vita lasciandomi carcassa vuota orrenda, potevi toccarmi scuotermi parlarmi e io non reagivo, paralizzata dalla paura, dall’incredulità (com’è possibile, tutto questo sfacelo d’anima, da dove viene e perché non mi riesce fermarlo, e perché non arriva qualcuno ad abbracciarmi subito, a tirarmi fuori da qui, cosa sono adesso che non vivo più e non muoio ancora, cosa sono, e cosa faccio ora, cosa, se nessuno mi vede e nessuno mi tiene). La solitudine di quegli anni, l’impossibilità assoluta di comunicare col fuori, cose o persone, solo chi ci è passato può immaginarla, anzi nemmeno, perché son cose che il cervello se può le rimuove, io stessa delle volte quasi non ci credo.

Quando ero pazza leggevo Eugenio Borgna che è uno psichiatra che dice che anche i pazzi sono belli in fondo e meritevoli di amore che insomma ci si può voler bene anche a loro; io non ci credevo ma lo leggevo uguale perché sarebbe stato bello se fosse stato vero. Eugenio Borgna a un certo punto io a forza di leggerlo gli volevo anche un certo bene, mi sembrava che era l’unica persona che un po’ mi capiva il dolore insopportabile e mi diceva guarda che è davvero insopportabile il tuo dolore io ti capisco e c’è un sacco di gente anche famosa che scriveva poesie che per quel dolore ci è morta, e a me questo mi rincuorava, l’idea di morire, e l’idea che si potesse capire e scusare questa necessità di morire, e l’idea che fosse possibile in qualche modo salvarsi dalla vita, da quella vita, morendo.

A leggere Eugenio Borgna mi innamorai di Rilke leggendo una poesia che ora non me la ricordo ma se avete un attimo di pazienza la vado a ricercare nel libro, un momentino solo. Rieccomi! La poesia di preciso era questa qui:

«Io temo tanto la parola degli uomini.
Dicono tutto sempre così chiaro:
questo si chiama cane e quello casa,
e qui è l’inizio e là è la fine.

E mi impaurisce il modo, lo schernire per gioco,
che sappiano tutto ciò che fu e sarà;
non c’è montagna che li meravigli;
le loro terre e giardini confinano con Dio.

Vorrei ammonirli, fermarli: state lontani.
A me piace sentire le cose cantare.
Voi le toccate: diventano rigide e mute.
Voi mi uccidete le cose.
»

Comunque ora non volevo parlare di Rilke, mi dispiace scusate se vi ho illuso mi son fatta prendere la mano. Meriterebbe parlare di Rilke ma ora volevo parlare di un’altra persona in particolare.

Quando ero pazza e leggevo Eugenio Borgna oltre a incontrare Rilke incontrai anche l’Antonia Pozzi, e mi ricordo che io mi sembrava una poetessa mediocre ma andò a finire che mi ci affezionai tantissimo anche più che a Eugenio Borgna non come poetessa ma come donna senza poesie, come donna che scriveva vorrei avere qualcuno da preparargli la minestra la sera da rammendargli i calzini, queste cose scriveva ben più belle e inutili delle sue poesie, ed erano cose di una donna che a ventisei anni si è imbottita di barbiturici è uscita in bicicletta era inverno faceva freddissimo c’era la neve l’han ritrovata in un fosso agonizzante è morta senza preparare minestre la sera e rammendare calzini, è morta senza riuscire a farsi amare.

Io allora feci una cosa di quelle un po’ sciocchine che fai quando sei pazza e cioè dopo essermi letta tutta la biografia e i diari dell’Antonia ed aver patito e ingoiato e vomitato i suoi pensieri come fossero i miei io le dissi senti Antonia facciamo una cosa: io ci ho suppergiù la tua età, cioè l’età che te ti sei ammazzata in un inverno triste senza minestre e senza calzini, che io guarda ti capisco benissimo anche se non vorrei, allora senti cosa mi è venuto in mente, che io d’ora in poi voglio provarci al posto tuo, guarda, dimmi se ti piace come idea, io vorrei anch’io arrendermi come hai fatto te ma non lo faccio, stringo i denti e continuo oltre dal punto in cui te non ce l’hai fatta più, vedrai le cose belle che ci aspettano, vedrai, io ci avrò minestre e calzini e faremo a metà senza dirlo a nessuno, e tutta la bellezza che te ci hai rinunciato agonizzando in un fosso io mi rimetterò a cercarla così te ne tocca un po’ anche a te che sei morta prestissimo, strulla che non sei altro, facciamo a metà di tutto, degli alberi e delle passeggiate che a te ti piacevano tanto, degli animali e dei sorrisi e delle belle giornate e anche quelle brutte che sono belle anche quando sono brutte, dei libri e delle poesie che mannaggia a te sai quanti ne potevi leggere di nuovi se non morivi!, e dell’amore, quel privilegio indifendibile che a noi non ci viene non siam capaci, di quella cosa immensa e semplice di avere una persona che la ami e lei ti riama e sei felice di preparargli la minestra e rammendargli i calzini, di quello soprattutto faremo a metà, prometto; anzi non ci sarà nemmeno bisogno di fare a metà perché saremo una persona sola, d’ora in avanti, io vado avanti per tutte e due, anzi forse un po’ più per te che per me, durerò come fosse una missione o una staffetta che bisogna vincerla.
E lei mi disse ok va bene.

Ora il fatto è che io all’Antonia ci dovrei chiedere solo scusa, che avrei voluto tanto riuscirci ma non ci son riuscita, gli alberi i calzini la vita, niente da fare, in tutti questi anni così lunghi guarda qui che lavoro, guarda, no dico guardami adesso, tanto che in questi giorni di rinata pazzia mi aspetto quasi che da un momento all’altro l’Antonia mi appaia mi dica oh Sere guarda io ti ringrazio, voglio dire il pensiero era bellissimo, davvero, le intenzioni encomiabili e commoventi, sul serio, ma se è questo che riesci, se è questo che rimane, se a te ti viene peggio che a me allora grazie ma no, meglio il gelo di quel tre dicembre, meglio la bici caduta e rotta e io nascosta nella neve tutta rotta anch’io da non vedermi più ed è tutto finito, si vede che come scelta non fu poi così sbagliata.

«Ma noi siamo come l’erba dei prati | che sente sopra sé passare il vento | e tutta canta nel vento | e sempre vive nel vento, | eppure non sa così crescere | da fermare quel volo supremo | né balzare su dalla terra | per annegarsi in lui.»

Non è mai bello il dolore, mai. E’ stucchevole, inopportuno, patetico. Certe volte ripugna, molto spesso allontana. Quello della depressione poi sta sul cazzo a quasi tutti e lo capiscono in tre. E va be’. Messo su un blog diventa anche un po’ ridicolo, mi rendo ben conto. Ma guardate, chi se ne frega. Da qualche parte deve necessariamente uscire. A me non può uscirmi che qui.

La mia pena è durare oltre quest’attimo. E di nuovo non so come, e mi dispiace, e anche sul perché ci ho delle gran perplessità.

Per carità non consolatemi. Non scuotetemi. Non ditemi. Per carità. Giudicatemi pure, invece, se volete, che di solito è una cosa che alle persone gli piace molto: è anche l’unica cosa di cui davvero non mi importa più.

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17 comments

  1. io ho così tanti calzini bucati che non mi ci stanno più nel cassetto.
    (un giorno mi arrenderò e li butterò)

  2. eh, vedi, sai l’Antonia che contentezza!

    comunque questa cosa dei calzini bucati orfani di amorosa rammendatrice, che chissà quanti saranno nel mondo, poverini, è una cosa che non se ne parla abbastanza, secondo me. (poi fossi in te non li butterei, non si può mai sapere: metti che arriva una come l’Antonia, se non ci hai i calzini bucati neanche ti prende in considerazione)

  3. Mi sa che sono mio malgrado una di quelle tre persone che questa cosa la capisce. Perciò so bene che non ti devo consolare, né scuotere, né nient’altro. Però, ecco, questa cosa tua mi ha stretto un po’ il cuore, e allora ho pensato che mi piacerebbe mandarti un abbraccio. Tutto qua.

  4. Di questa qui, la Antonia, non ne avevo mai sentito parlare, data la mia nota ignoranza in termini di poesia…. l’allegria della sua vita mi ricorda Nick Drake…..

    Bello questo tuo patto unilaterale; e poi non è mica vero che è una cosa “da pazza”…
    Però non sei mica autorizzata ad abbandonarlo così, di punto in bianco, il patto, alle prime difficoltà.
    Fila subito a cercare minestre&calzini…anzi, visto che i calzini adesso si buttano via, (costa meno ricomprarli che rammendarli) puoi “aggiornare” la missione: devi trovare uno al quale mettere a posto non i citati calzini, ma magari gli apparecchi o ammennicoli elettronici vari, quelli che da soli si starano/spuntano/incasinano/sprogrammano…..sai quanti ce ne sono…!
    Uno come me, tipo, che se debbo spistolare con dei telecomandi al fine di predisporre i congegni a scoppio ritardato per registrare una roba trasmessa su Sky a notte fonda ….. debbo farlo fare ad ALTRUI soggetto…..

  5. Marina
    so quanto profondamente tu mi possa capire. mi prendo l’abbraccio senza niente intorno, che è giusto così com’è. grazie.

    Maurizio
    te per prima cosa non mi parlar male dell’Antonia non me la trattare con sufficienza guai a te. oh.
    dici sia il caso di attualizzarsi un pochino? effettivamente: e poi neanche so se son capace a rammendarlo, un calzino. comunque anche io con lo spistolamento non è che venga benissimo, devo dire. sono un po’ a corto di talenti in generale, mannaggia.
    ora quando mi riprendo un po’ forse ci penso. o forse no (ora come ora propendo per il forse no) (ora come ora mi sembra che non mi riprenderò più).

  6. Qui si parla di rammendare calzini……ma l’uovo di legno (attrezzo indispensabile allo scopo ) ce l’hai ??

    Sere, il dolore funziona come i vasi comunicanti: è il dolore per tuo padre che ti invade.

  7. Ciao Sere…io qui non ho mai scritto e ti leggo da poco tempo. Questa la mia presentazione: sono in sostanza una perfetta sconosciuta! ;-)
    Però una cosa te la voglio lasciare…quando pure io ero ingoiata nel buco più nero che c’è, lessi un libro che mi diede un sollievo che non credo dimenticherò mai. Donne che corrono coi lupi, si chiama. E’ della Clarissa Pinkola Estes.
    Magari lo conosci o magari non lo leggerai mai, ma io te lo lascio lo stesso, come un pensiero … ‘chè di più, noi qui fuori, non si può fare!
    Un abbraccio stretto stretto.

  8. Maria Rosa
    ce l’ho! ce l’ho! l’uovo di legno ce l’ho!! ;)
    la cosa dei vasi comunicanti è interessante, mi ha dato molto da riflettere, ti ringrazio di avermela lasciata. ma non credo si tratti di quello stavolta, o comunque non in maniera determinante: il babbo sta meglio, sembra che tutto proceda bene; certo non si può ancora sapere, la malattia potrebbe tornare o potrebbe nascondersi già adesso da qualche parte, ma per il momento almeno c’è una certa quiete su quel fronte.
    no, il fatto è che di nuovo io ho sperato che qualcosa nella mia vita potesse cambiare, ho sperato di essere ancora in grado di suscitare qualcosa di buono intorno a me, e invece no, di nuovo ho generato solo violenza, solitudine, cattiveria gratuita, insensibilità, ripugnanza.
    sono cose piccole, mi rendo conto, cose da nulla in confronto a tante altre: ma tutti questi anni di sofferenza mi hanno tolto la pelle di dosso: basta un niente per arrivarmi dritto ai centri vitali, basta un niente per togliermi tutto.

    Lia
    cara ex perfetta sconosciuta, benvenuta :)
    mannaggia guarda mi dispiace che tu sia arrivata qui proprio in questo periodo di dolore spudorato e molesto… Non che sia un blog allegrissimo in generale, eh, ma insomma ha attraversato momenti certamente migliori, bontà sua.
    tu pensa, le coincidenze: pochi giorni fa una persona a cui tengo molto – lontana e “fuori” come tutti voi, ma a cui tengo molto lo stesso -, a fronte del mio non farcela mi ha citato proprio un passo del libro della Estés.
    quando sto così l’idea di cercare conforto in un libro un po’ mi abbatte, perché quando leggo sono sola, ancora e ancora: un libro non abbraccia, un libro non vuole bene, e io invece di questo, adesso, avrei un bisogno disperato. ma proverò ugualmente a leggerlo, prometto. e grazie.

  9. cara Sere
    se hai provato a cambiare qualcosa nella tua vita e la vita non è cambiata forse dipende pure dalle persone terze.

    Purtroppo non sempre possiamo uscire dalla nostra solitudine se non troviamo qualcuno che vi può e vuole porre rimedio.

    ma mi sa che tu cerchi sempre le persone sbagliate :))))

  10. inizio a pensare – anzi penso da molto – che questa delle “persone sbagliate”, questa della responsabilità altrui, sia un po’ una scusa, un autoinganno dentro cui ci si culla per evitare di soffrire troppo (comprensibilissimo autoinganno, sia chiaro, ma pur sempre tale); un po’ come quando si cerca di convincersi, quando una persona ci ha fatto soffrire, che se l’ha fatto è perché “non ci meritava”.

    non sono sbagliata io, non sono sbagliate loro: ma qualcosa c’è, qualcosa che non funziona più c’è, indubitabilmente.

    ma, ripeto, non è che la punta di un iceberg.

  11. Grazie del benvenuto, Sere!
    E buongiorno :-)
    Resto incollata alle tue pagine, perchè nella tua testolina c’è qualcosa di speciale, questo immagino tu lo sappia già. Perchè se così non fosse, non staresti come stai…
    Ti riabbraccio e resto nei paraggi.
    Lia

  12. buon pomeriggio Lia :)
    se per “speciale” intendi “fuori dalla norma” senza sfumature di giudizio allora sì, sollo fortissimamente sollo. e so anche che preferirei non averlo, quel qualcosa, pur di non stare come sto (conclusione senz’altro cinica ma irrevocabile a cui son giunta dopo dodici anni – più o meno – di onorato servizio).

    al di là di questo son ben lieta che tu ti trovi bene in questo angolino sbilenco di web!

  13. carissima,
    il mio commento dovrebbe essere molto lungo, raccontarti la mia di storia,io che non ho mai sofferto di depressione ma che con questa MALATTIA( perchè essendo medico io la considero una malattia) ho ancora una conto aperto!..ma cercherò di non sprecare parole.Ho fatto il tuo stesso percorso “letterario”, gli stessi libri con in più Lou Salomè e Galimberti.. in cerca di risposte, ma la vita ne dà di migliori. Ti esorto a vivere, tenendo ben distinta la malinconia, quella buona, che puoi sublimare scrivendo cose bellissime, che devi accettare e accogliere con la certezza che ti lascerà il giorno dopo con la luce del primo sole o con il sorriso di qualcuno , quella che da voce alla tua anima mentre asseconda l’anima del mondo nel suo alternare domande e risposte, luce e ombra, quiete e vortice, distinguere questo dalla depressione che invece devi curare, con i farmaci con la psicoterapia con la t. cognitivo- comportamenntale, con lo yoga,la cioccolata, con il sesso anche solo per gioco, con lo sport, con tutto insieme o con la terapia che va bene per te,…purchè la CURI. L’amore non è una cura, è una cosa bellissima, la cerchi tu come anche chi non è dotato della tua sensibilità cultura bellezza…e si può trovare in tutte le condizioni, ci fà soffrire quasi tutti alla stessa maniera anche se non tutti sanno esprimerlo così delicatamente e empaticamente bene come te, e il dolore,un dolcissimo fottutissimo dolore,quando non siamo ricambiati, dentro, è forte per TUTTI, anche se a te di far parte di questa schiera di formiche emozionali, non ti consola.Io non credo che tu sia speciale( scusa, c’è un sacco di gente speciale in giro ed è diventata “la norma”), hai però delle doti, sei sensibile, curiosa, colta, …usale, per fare qualcosa di utile, per scrivere cose straordinarie, per creare, per amare,per vivere,vivere forte insomma, anche quando ti sembrerà di non averne voglia, forzàti a partecipare alla vita…perchè abbiamo solo questa e non ne avremo un’altra..di possibilità di esistere. Spero di essere stata molto antipatica. A proposito non lo leggere il libro della Pinkola Estes..te lo riassumo io…Dice più o meno che le donne hanno tante risorse(qualcun altro le chiama fattori di resilienza).Basta trovarle, dentro di sè.Ti auguro di trovare le tue.Con tutto il cuore.

  14. Oh sì che lo sei stata: meravigliosamente antipatica (non per niente mi eri pure finita nello spam ;)

    A parte gli scherzi: grazie, di altrettanto cuore. C’è mica altro da dire.

    Rileggerò il tuo commento, ci mediterò su con calma, una parola alla volta, una riga al giorno, che di più non mi va (saprai, immagino, del fastidio che dà il sentirsi invitare a cose buone e propositive quando si sta come sto io).

    Sento con chiarezza che ci son dentro parole giuste: ardue, ma insopportabilmente giuste :)

  15. cunning_artificer

    Eh ma insomma pure tu. Io ti capisco eccome perchè c’ho il delirio bipolare da anni e quindi insomma certe cose le ho passate, poi hai questo modo di buttare a ridere la depressione che davvero pensavo di sentire solo allo specchio (muto, quindi come sentivo?). E quindi senza timore di farti sentire in colpa nè destabilizzarti te le dico come vengono: ma dannazione a te! Renditi conto: io stasera al posto che mettermi a lavorare come avrei dovuto fare – tocca recuperare in poche settimane un buco depressivo di quasi un anno – mi metto a leggere appunto Eugenio Borgna, il suo contributo a “Perchè siamo infelici” (leggilo eh). Scopro l’Antonia pure io, nel contesto di un discorso sulle diverse motivazioni dei suicidi femminili e maschili. Mi imbarco prima in una traduzione in inglese di questo passo per un forum che frequento, sul quale si andava discutendo dei miti intorno all’amore. Uso l’Antonia come prova del fatto che ho ragione io, che a vivere certi desideri appieno magari si finisce morti, ma almeno prima si finisce vivi, sai che noia altrimenti. Poi mi chiedo se non sembra un po’ troppo una sponsorizzazione del suicidio, che non è proprio il caso, e mi metto intanto a cercare Borgna online. Trovo questo tuo blog, leggo ’sto pezzo e finisco per piangere come una cretina, cosa che non avevo fatto per ben.. ehm, no, ok, per ben tre ore, vabbè, ma sembrava di più. In ogni caso è bello assai e non mi viene da dire che vendicheremo Antonia, nè io nè tu (per quanto la speranza non muore mai eh), però almeno consoliamoci con il pensiero che siamo tutt’e tre meno vacue di tanta altra gente. Vorrà pur dire qualcosa. O no, ma non è il caso di pensarci troppo tutto subito.

  16. cunning_artificer (che mi eri finita nello spam mi dispiace un sacco quando succede che ci ho il blog antipatico che non capisce i commenti simpatici, ti chiedo scusa io per lui)

    no, non è il caso di pensarci troppo tutto subito, son d’accordissimo.
    ma vorrà pur dire qualcosa, sì. e fila a lavorare! ;-)

    ps
    che poi tre ore, delle volte, son tantissime, vien quasi da ringraziare.

  17. Ciao, ho scoperto il tuo blog sistemando i preferiti. Ti avevo letto nel 2009 poi ti ho perso e ho visto che non lo aggiorni più. Mi dispiace molto. Rispondo a questo post per via dell’Antonia e perchè mi sento molto vicina alle cose che hai scritto di te e così se ti va se mi dai un consiglio sul come affrontare un pò di buio, mi faresti un gran piacere.
    Ciao,

    Alessia

Dimmi pure, eh

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