Se sono parole quelle che nessuno ascolta

«E m’inoltro sospeso, entro nell’ombra,
dubito, mi smarrisco nei sentieri.
E nel ceppo non so che avviene, rigido
nel vortice di foglie macerate
e divise dai rami e dalla terra.

Moto triste che il sole non illumina,
né la luce, ma un lume sotterraneo
di materia romita che ci guarda,
fissa come la luce del pensiero
quando il vento della memoria spira,
sparge e aduna indicibili me stessi.

Tale, credi, non ha sorgente il moto
puro che mi trascina via, risale
lontano ove si scinde la mia vita
in ipotesi oscure, in sofferenze
vaghe, in vicissitudini remote.

*

Strane dove l’effimero ci porta
si mettono radici, rami, foglie
dove una lamentosa notte fruscia.
E’ la nostra foresta inestricabile,
ascoltane le foglie vive, i brividi
e la remota vibrazione, il timbro
d’arpa di cui percuotano le corde.
E’ questa la foresta inestricabile
dove cadono i semi, dove allignano,
genti che cercano il sole, viluppi
ciechi prima di attingere la luce,
prima di giungere al vento repressi.
Vieni tu portatrice di colori,
tentane con le mani caute i pruni,
estirpa i rovi, medica le scorze,
ma ferisciti, sanguina anche tu,
soffri con noi, umiliati in un tronco.

Più di quanto potrebbe consolarci
cresce nel vento d’autunno una pallida
primavera tanto a lungo negata,
fioriture di lagrime, di grappoli,
nidi d’inesprimibile, alveari,
miele se è il miele che nessuno accoglie,
gemiti rari e parole se sono
parole quelle che nessuno ascolta.
Insospettato lo spazio fiorisce,
rompe dal germe puro dentro gli astri,
splende tra i miti fuochi e i cieli aperti,
pagina ancora innocente in cui sogni.
E’ questo il tempo propizio, se vieni,
pesta le muffe tristi, i secchi sterpi,
schiantane i nodi, lacera i grovigli,
ma ferisciti, sanguina anche tu,
piangi con noi, oscurati nel folto.»

(da Mario Luzi, Invocazione, in Primizie del deserto, 1952)

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