«Dovunque sia prossimo il mormorio d’un ruscello e il barbagliar della luce sulle piccole onde e pieghe dell’acqua, là dovete aspettarvi di trovarci qualche Emanglone.
Gli Emangloni si sentono continuamente graffiati dal mormorio dei piccoli balzi che fa l’acqua nei ruscelli, graffiati e subito dopo fasciati.
Dunque è vicino alle acque correnti che risultano più a loro agio. Come dei convalescenti, ancora un po’ malati, ma decisamente sulla via della guarigione, allora sono aperti agli altri, e non è impossibile che se il ruscello fa dei bei salti e delle belle cadute, snervante finché si vuole, per quanto semplice e tenuto nella sua stretta cornice, non è impossibile che si occupino di voi e vi rivolgano gentilmente la parola.
Allora si sente emanare da loro il piacere. Ma siccome non sono abituati a esprimersi, soprattutto con gli stranieri, assieme alle poche parole sorge in loro una ridarella più consistente, colma di sentimenti eccellenti e indubitabili.
[...]
Senza motivi apparenti, d’un tratto un Emanglone si mette a piangere, sia perché vede una foglia tremare o un po’ di polvere cadere, oppure perché una foglia cade nella sua memoria, sfiorando altri ricordi diversi, lontani, e sia perché il suo destino d’uomo rivelandosi lo fa soffrire.
Nessuno gli chiede spiegazioni. Tutti capiscono, e per simpatia si girano dall’altra parte perché sia a suo agio.
Ma, spesso colti da una specie di sfaldamento collettivo, se la cosa si svolge in un caffè, certi gruppi di Emangloni si mettono a piangere silenziosamente, le lacrime rendono confusi gli sguardi, e la sala e i tavoli spariscono alla loro vista. Le conversazioni rimangono sospese, senza più nessuno che le porti a termine. Una specie di disgelo interiore, accompagnato da brividi, li occupa tutti. Ma in pace. Poiché ciò che sentono è uno sgretolamento generale del mondo senza più limiti, non tanto della loro semplice persona o del loro passato: uno sgretolamento contro cui proprio niente, niente si può fare.
Si entra così, fa bene certe volte entrare così nella Grande Corrente, nella Corrente vasta e desolante.
Tali sono gli Emangloni, senza antenne, ma commoventi al fondo.
[...]
Si impiccano, quando arrivano al punto di non aver più voglia di campare, si impiccano, ma mai con una corda, essendo le corde riservate alla misurazione. Qualsiasi altro materiale, va bene per loro – stoffa, pezzo di vinco, o correggia – si impiccano con facilità, per un nonnulla, quando sono arrivati a un certo punto.
C’è perfino una casa, in ogni città, piena di corregge. Chi ne vuole una la chiede. Nessuno si opporrà. Trovata la correggia adatta, e la calma richiesta (poiché in quel posto ci va solo gente con la stessa intenzione), la fissa a certi ganci preparati come si deve – e op…
[...]
Insomma, gli Emangloni sono Cioffi. Ancora sopportabili tra di loro, in mezzo agli altri quello che gli manca salta agli occhi, e gli manca in maniera sconsiderata.»
(Henri Michaux, Viaggio in Gran Garabagna, Quodlibet 2010)
… A me questo libro mi sembra bellissimo.
(edit di due orette dopo: a rileggerlo, ancora più bellissimo di prima)
Ahahaha poveri Emangloni che fanno op!
eh sì.
anche io son solita impiccarmi per un nonnulla.
(ma guarda io più lo rileggo più mi sembra poesia pura, questa degli Emangloni. bah.)