Quando ci eravamo trovati di fronte all’ingresso del concerto, a vedere la fila che c’era alle casse, non tanto la fila in sé, l’età, di quelli che stavano in fila, che avevan tutti più o meno vent’anni meno di me, e sembravano tutti perfettamente a loro agio, in quella festa dell’Unità, in quel quartiere, in quella città, in quella provincia, in quella regione, in quello stato, in quel continente, su quel pianeta, in quel sistema solare, in quella galassia, in quel periodo storico e in quell’anno, mese, giorno e ora particolari, io che fino a quel momento ero stato contento, del fatto di essere uscito, era una bella serata di fine estate, con delle ombre lunghe che si allungavano per gli stradelli ghiaiati della festa, e non c’era neanche tanta confusione, io tutto d’un tratto mi ero sentito come mi sentivo da ragazzo quando mi obbligavo, mi costringevo, mi condannavo a passare i terribili pomeriggi dei giorni di festa dentro a delle discoteche buie e assordanti dove non facevo altro che bere, sudare, guardare gli altri ballare e pensare che io non andavo bene, per stare al mondo.
Ma adesso, oramai, avevo così poca autorità, su me stesso, che non potevo oramai più obbligarmi a far niente, e mi ero voltato verso Nina e le avevo detto: Ma no, io vi aspetto fuori.»
(Paolo Nori, I malcontenti, Einaudi 2010, pp. 28-29)
Eh. Io pure, oramai.
uno dei suoi libri più belli, secondo me
anche secondo me, tantissimo
non lo so: sarà perché il Si chiama Francesca, che fino ad oggi credevo fosse in assoluto il mio preferito, io non me lo ricordo più neanche tanto bene, fattosta che questo mi sembra ancora più bello, ed è veramente tutto dire