«Tutti i maestri del moderno, dal Romanticismo in poi, non erano forse stati dei viaggiatori, nel mondo reale non meno che in quello delle idee o dei sogni? Cos’era stato, in buona parte, l’Ottocento se non una serie d’incursioni nel lontano, se non una teoria di fughe e di azzardi, se non un’immensa sete di orizzonti?
Questa sete, però, anziché raggiungere luoghi davvero appaganti, si era scontrata con l’evidenza di un’impasse sempre in agguato: lo slancio verso l’altrove era diventato l’élan funeste di Rimbaud, i viaggi verso una vita nuova avevano finito per essere fughe a precipizio nel nonsenso.
Al fondo di tutto ciò stava il paradosso dell’utopia: l’assillo d’un desiderio inesauribile, e perciò assurdo, tragico, votato allo scacco.
In chi prese coscienza del carattere illusorio e mortale del desiderio, molto di quel pathos di fuga si andò pian piano spegnendo. L’angoscia cominciò a cambiare volto: ciò che alcuni viaggiatori si spinsero a ipotizzare era che oltre tutte le barriere e i muri, o semplicemente dietro la siepe, non vi fosse nulla che valesse la pena di raggiungere, o vi fosse solo, alla lettera, il nulla: la negazione di tutto, il vuoto, il buio, la morte.
Da quel momento, non pochi fra gli ex amanti del viaggio provarono il bisogno di arrestarsi, e addirittura di costruire attorno a sé delle nuove barriere e dei nuovi muri proprio per tenere l’altrove a distanza, per evitare d’incontrarsi con le tenebre esteriori, con lo sfacelo del senso, con l’Innominabile. Gli ex viaggiatori divennero sempre più dei solitari, degli abitanti di isole o di torri, degli anacoreti, dei condannati a forme di autoesilio.
Ma fra loro vi furono alcuni che non rinunciarono affatto, se non a viaggiare, almeno ad attendere una parola, un’immagine o un segno che prima o poi sarebbe giunto di lontano a redimere la loro misera vita. Nella poesia si fece strada, allora, il sentimento di un’attesa da abitare come l’unica dimora degna di questo nome, come il solo luogo di purezza e di verità.»
Paolo Lagazzi, La casa del poeta. Ventiquattro estati a Casarola con Attilio Bertolucci,
Garzanti 2008, pp. 33-34
(ora, al di là del Bertolucci Attilio cui questo libro è consacrato, volevo solo dire che questo riassunto di letteratura e vita – ma soprattutto vita – secondo me spacca veramente, nella sua semplicità)
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