Ovvero le cose che più di tutto mi son rimaste appiccicate addosso, in questi tre giorni che sono stata solo piedi e gambe e occhi e poco, pochissimo cervello, per fortuna.
(le immagini, a cliccarle, certe volte diventano più grandi)
Dal Ponte dell’Accademia, verso giù.
Scala abbandonata con colonia di erbetta parietaria.
Dentro la Scuola dalmata di San Giorgio degli Schiavoni – che praticamente è un’unica stanza, che però vale per tre o quattro – ci sono i teleri di Vittore Carpaccio, tra cui questo San Giorgio che uccide il drago che secondo me è uno dei più belli, ma anche gli altri eh, son fantastici: per esempio il San Gerolamo e il leone, con tutto quel fuggifuggi di monaci con le sottane al vento, è buffissimo.
La visione di Sant’Agostino, un altro dei teleri di Carpaccio in San Giorgio degli Schiavoni.
Campo San Polo, che quando ci arrivi pensi Toh!, dello spazio. E per un po’ ti sembra quasi di riemergere, di respirare, ti vien da stiracchiarti in tutte le direzioni, da attraversarlo di corsa.
Punta della dogana (quasi) mentre pioviscolava.
Quando piove forte ho il sospetto che scompaia proprio del tutto.
Il miracolo della Croce sul ponte S. Lorenzo, di Gentile Bellini, nelle Gallerie dell’Accademia.
Muso di barchetta solitaria.
Quel gioiellino del Guggenheim!…
Il Guggenheim è piccino – era la casa della Peggy, Palazzo Venier dei Leoni – , c’ha dentro una concentrazione di capolavori da restarci secchi. Una delle cose più belle che ci puoi fare dentro, comunque, è metterti lì a guardar fuori dai finestroni che danno sul Canal Grande, voltando le spalle a un Picasso, o un Ernst, o un Pollock, o un Dalì. Oppure uscire fuori sulla terrazza sull’acqua, lì dove c’è la statua dell’omino a cavallo in evidente stato di erezione – l’omino in erezione, eh, non il cavallo – fatta da Marino Marini. O anche…
…star lì dei minuti a guardare il Guggenheim riflesso dentro il pancione della Maiastra di Brancusi: il viavai dei visitatori, i quadri, e la tua faccia che guarda, tutti insieme riflessi su quel bel panciottone lucido come in una specie di dorata e tonda realtà parallela.
La mattina a Venezia fuori dalle porte ci sono i sacchettini della spazzatura, allora i gabbiani scendono proprio dentro la città, sui ponticelli nelle corti e nei campielli, e te li vedi lì grandissimi con quel loro sgraziato cheo!cheo! ed è una cosa bellissima, secondo me, da ringraziare che al mondo esista la spazzatura.
Cantonata con colombella nera.
Ca’ Pesaro, trovarla, è stata una caccia al tesoro. Ma un po’ anche tutti gli altri posti, devo dire. Infatti io quando vedevo qualcuno camminare sicuro per le calli, io sempre gli pensavo dietro Tanto lo so sai, che te fai solo finta, di saper dove stai andando, per darti le arie.
Dentro Ca’ Pesaro ci son delle cose, bellissime: per esempio le sculture di Medardo Rosso, di Adolfo Wildt, di Arturo Martini; e poi la Giuditta II di Klimt, con tutti i suoi intarsi e ghirigori secessionisti che un po’ mi ipnotizzavano, e poi anche un quadro di Felice Casorati, Ragazze a Nervi, più metafisico di una piazza dechirichiana, bellissimissimo.
Fanciulla sul far della sera, di Arturo Martini, a Ca’ Pesaro.
La Punta della dogana, secondo me, specie se ci vai in un giorno tutto molto grigio e nebbioso, a uno gli può venire il dubbio che quel posto lì non esiste, se lo sta solo immaginando. Uno di quei posti fatti più di pensiero che di materia, che ti metteresti lì ci staresti delle ore, senza neanche un pensiero in testa, perché il pensiero è tutto lì, fuori, che lo puoi vedere con gli occhi.
Ortolano su barca
Questi due piccioni, siccome io ho molta paura dei piccioni, non li potevo mica scacciare, avevo paura a scacciarli, loro poi si eran messi in testa di percorrere tutta la calle a piedi invece di volare come ogni bravo piccione dovrebbe fare, allora niente, andavano anche piano, mentre aspettavo gli ho fatto la foto.
Intorno a Campo San Pantalon, nel sestiere San Polo. Questo posto qui è vicino a Ca’ Foscari, l’università, e allora io passandoci, in Campo Santa Margherita mi pare, mentre ci passavo stavano festeggiando una neo-laureata, e le stavano tutti intorno a cantare una canzone che non capivo bene, e lei aveva una sottana fatta di lattine vuote e della farina – credo – in testa e sulle spalle.
E’ stato divertente, da vedere.
L’Adorazione dei pastori di Tintoretto, nella Scuola Grande di San Rocco (sala capitolare).
La Scuola di San Rocco, è uno dei posti più belli che abbia mai visto nelle mie scorribande sul suolo italiano, giuro. Dentro la Scuola Grande di San Rocco, c’è una grande abbondanza di Tintoretto e del suo “luminismo”: sono entrata che pensavo che Tintoretto non è che mi piacesse poi tantissimo come pittore, sono uscita che Tintoretto avevo deciso era diventato uno dei miei pittori preferiti. Anche le crocifissioni, che a me raramente mi emozionano, ecco invece quella enorme di Tintoretto che c’è qui nella Sala dell’Albergo, ecco, è bellissima, ti risucchia, sei lì, ci finisci dentro.
E poi, nella Sala capitolare, le sculture lignee di Francesco Pianta – che ora mi dispiace ma su internet non si trova neanche un’immagine, delle sue incredibili sculture lignee, per farvele vedere, bisogna che ci andiate direttamente – , tra cui una libreria illusionistica che io boh, senza parole. Ci sapeva ben fare, il Pianta.
Scalinatella nel sestiere Dorsoduro, che tra tutti è il mio preferito. Poi viene San Polo (escluso Rialto), poi Castello (ma solo la parte più esterna e lontana da San Marco), poi Cannaregio (ma solo l’angolino più in alto), San Marco essenzialmente puah, infine Santa Croce che però non lo conosco.
Eh, che gli vuoi dire, a un angolo così.
La pioggia, di Marc Chagall, dentro al Guggenheim. Io davanti a Chagall mi mancan sempre le parole, disimparo a parlare, regredisco ad uno stato di pura favola silenziosa. Per questo, io penso, è il mio pittore quasi preferito.
…questa specie di merletto in rovina che è questa città…
Dalla Punta della dogana, se guardi, ti rendi conto che questa città in realtà è più probabile che sia un dipinto che uno ci entra magicamente dentro con un saltello tipo come fanno Bert e Mary Poppins nel film non a caso intitolato “Mary Poppins”. Che sia una città vera, è abbastanza improbabile.
La fuga in Egitto di Tintoretto, nella Scuola Grande di San Rocco (sala inferiore), che a me mi sembrava di sentire il fruscio delle frasche piegate e lo sciabordio dell’acqua, e l’umidità dell’ombra, e la paura di venir scoperti.
I magazzini di Punta della dogana comprati da Pinault – quel facoltoso collezionista che ha comprato anche Palazzo Grassi – che li ha fatti rimettere a nuovo dall’architetto giapponese Tadao Ando (la foto non l’ho fatta io l’ho presa da internet), un lavorone, e poi c’ha messo dentro un po’ delle opere della sua collezione di arte molto contemporanea. Ora, a parte le opere che è un discorso a parte che ora non affronteremo, volevo dire che quello spazio lì, come struttura, secondo me è lo spazio più bello che c’è in Italia per l’arte contemporanea. Uno spettacolo proprio.
Sul restauro di Tadao Ando ci son due video su youtube, uno ganzo con gli omini velocizzati e come colonna sonora il Canone di Pachelbel in versione rocchettara, molto bellino, e un altro più soporifero ma interessante: il primo è qui sopra, l’altro qua.
Dentro Punta della dogana, lassù sul soppalco, ci son dei finestroni che danno sul canale della Giudecca, e c’han messo delle panche per mettersi comodi a guardare fuori, allora io mi ci son messa, e la Giudecca – l’isola lì davanti – era tutta sfumata dalla nebbia, e dietro di me c’era un’opera dei fratelli Chapman intitolata Fucking Hell che praticamente consiste in nove grandi plastici racchiusi in teche di vetro brulicanti di trentamila figurine in fibra di vetro, un’impressionante rappresentazione allucinata del nazismo, e insomma avevo questa cosa macabrissima immersa nella penombra, dietro, e davanti la Giudecca nebbiosa, e niente, come si fanno a spiegare certi momenti, non è mica possibile, spiegarli, la perfezione strana di certi momenti irripetibili che è un vero peccato, non poterli proprio dire, ma non si può, fidatevi.
(ho trovato un video che entra dentro quell’opera che vi dicevo, Fucking Hell, allora ve lo metto eh, per curiosità. si può vedere anche qui)
Ecco, giusto per dare un’idea, questa è un’opera di Cattelan che c’era lì dentro la Punta della dogana di Pinault. Si intitola Untitled (hehe). Sotto di lei c’era un’altra opera di non mi ricordo chi che consisteva in delle file di calchi del vuoto che c’è sotto le seggiole. Avete presente, il vuoto sotto le seggiole? Ecco, calchi di quello. Colorati, messi tutti in file ordinate, come si mettono di solito le sedie alle conferenze, solo che lì le sedie non c’erano, c’eran solo i calchi del loro vuoto.
Per dire, l’arte contemporanea, delle volte.
Rifocillaggio al bar-bookshop di Punta della dogana. Questi mignon erano una cosa che il sesso in confronto mi viene da ridere, mi viene. E’ stato un momento di pura gioia, questo qui.
Davanti a Ca’ Pesaro c’eran questi due che si urlavano contro, attaccati al muro.
L’Ultima cena di Tintoretto, nella Scuola Grande di San Rocco (sala capitolare). Tra tutte le Ultime cene che ho visto – compresa quella di Leonardo – questa è la mia preferita. Per via di quella scorciatura, io credo, e di quell’affaccendamento in fondo, intorno alla piattaia, e del cane sullo scalino che spera in qualche avanzo, e boh, è così sporca e umana e prosaica, quest’ultima cena, proprio la mia preferita tra tutte, senza dubbio.
Va’ com’è qui, sembra Gardaland.
…e tutta quest’abbondanza di giardini segreti che si calano giù dai muri, scavalcano, si arrampicano, debordano, spettinano i passanti, gli rubano il cappello, stan lì a farti gli agguati, tutti questi giardini segretissimi…
La portinaia di Medardo Rosso, a Ca’ Pesaro. Che a me, guardarla, mi veniva da piangere.
Nei pressi della Scuola dalmata di San Giorgio degli Schiavoni. Venendo da San Marco a qui, nel sestiere di Castello, una cosa che mi piace tantissimo, è che mentre cammini sulla Riva degli Schiavoni per la prima volta ti arriva l’odore del mare, e allora te lo immagini, laggiù, il mare.
A Venezia ci son tantissime piantine che escono da tutti i buchi, son simpaticissime, delle foreste in miniatura.
Il sogno di sant’Orsola, di Vittore Carpaccio, alle Gallerie dell’Accademia (vorrei anche dire che questo ciclo qui di Carpaccio secondo me è uno degli esempi più belli di pittura narrativa veneziana anzi forse proprio il più bello). C’è stato un momento, qualche minuto, in cui io son rimasta da sola in questa sala dove c’è il ciclo di Sant’Orsola, e avevo anche un po’ di soggezione, a esser lì tutta sola, poi per un attimo è stato come se, non so come dire, ho sentito tutta un’emozione potentissima di fortuna ad esser lì che c’eravamo solo io, e solo loro, e non li dovevo spartire con nessuno, un po’ come se fossero solo miei, capite, una vertigine tipo felicità, di completo appagamento e possesso, io credo. Insomma una roba ganzissima.
Dal Ponte degli Scalzi, tornando a casa.
Apparizione (era proprio buio eh, meglio di così non mi poteva venire)

Casina mia in Corte delle Scale, proprio a lato di quel gran pezzo di chiesa che è Santa Maria Gloriosa de’ Frari (che sarebbero i frati francescani, i frari), che la mattina alle 8 mi svegliavo con le campane che sembrava di avercele in camera.
Dentro la Gloriosa di cui sopra c’è l’Assunta del Tiziano, che a me il Tiziano, mh, insomma. Però la chiesa è così bella che alla fine mi ha fatto un certo effetto anche l’Assunta, confesso (nonostante nutra un’idiosincrasia verso i cherubini e gli angioletti e chiunque voli sulle nuvole, in generale): soprattutto i mantelli e i vestiti, gli son venuti d’un bene, bisogna dire.
E’ una chiesa, questa dei Frari, così colma di roba eterogenea che a vederla per bene ci vorrebbero due ore, non come me che me la son vista un po’ di corsa la mattina della partenza: per esempio c’è un coro bellissimo lì davanti all’abside, e un trittico del Giovanni Bellini mica male, e poi un monumento a Canova tutto bianco scintillante e svenevolmente neoclassicheggiante ma ah!, molto suggestivo, perché è questa grande piramide bianca con in mezzo un’apertura rettangolare buia e dentro intravedi una porticina socchiusa e dentro a quella porticina c’è conservato il cuore, di Canova, e c’è questa figura velata che si accinge ad entrare nella porticina e insomma oh, dai, fa il suo porco effetto.

Dulcis in fundo: la Sporta del Disonore
Dicesi “sporta del disonore” quella borsa in più che al momento di rifare i bagagli tiro fuori dal trolley onde riempirla di tutte quelle cose che ho comprato nel corso della trasferta e non dovevo comprare, e che non entrerebbero nel suddetto trolley, perché, ripeto, non le dovevo mica comprare, eh!

Sporta del Disonore (sbirciatina dell’interno)
Stavolta era particolarmente disonorevole, in quanto contenente quasi esclusivamente cose che potevo comprare anche a Firenze, c’avevo mica bisogno di andare fino a Venezia per comprarle tutte insieme, o meglio ancora potevo non comprarle affatto in quanto per nulla indispensabili, ovvero: n. 1 guida Marsilio a Ca’ Pesaro – n. 2 sacchettini di tè presi da Peter’s Tea House, che io di solito non mi ci servo mai, stavolta però ho fatto un’eccezione – n. 1 libro intitolato “Sotto la foresta di ciliegi in fiore e altri racconti” di Sakaguchi Ango, comprato dopo aver visitato il Museo di Arte Orientale – n. 1 teiera della Bodum modello Assam (la mitica Assam!) – n. 1 guida della serie Mirabilia Italiae della Franco Cosimo Panini sulla Scuola Grande di San Rocco – n. 2 piattini piccini fatti di murrine (murrine! evviva le murrine!), uno più piccino e uno un pochino più grande ma sempre comunque piccino che è bene mi dimentichi quanto li ho pagati, guarda – n. 1 tazza con sopra un disegnino di una geisha stilizzata e una libellula e dei fiorellini insomma cose così un po’ giapponesi, comprata al Guggenheim shop che non ne potevo fare a meno, giuro – n. 2 sacchetti di biscotti artigianali chiamati “Biscotteria Bettina dolce-salata” di cui un tipo al curry e sesamo e un altro alle erbette di campagna.
Io, la Sporta del Disonore, tendenzialmente faticherei molto a vivere senza, in tutta onestà.
E niente. Non ci lamentiamo.
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bellissimo post Serena, brava, mi regali sempre belle emozioni e contribuisci a diminuire la mia ignoranza…
le foto mi piacciono moltissimo, la mia preferita è la porta smangiata.
Poi metto sempre più a fuoco che sei una golosona, non so tra i due chi lo è di più, io se non mi controllassi mangerei tanti di quei dolci -carenza d’affetto? :-(
Che neanche le quasi due ore di corsetta lenta, 4 o 5 volte a settimana che mi faccio basterebbero a smaltire le calorie ingurgitate.
Buona serata
Sono delle foto bellissime! :) Venezia è troppo bella ma hai colto degli spunti davvero belli… credo che alcune sarebbero proprio da ingigantire ed incorniciare.
Complimenti, queste foto sono strepitose!
Bè, che dire, grazie tante a tutti! …anche se credo che le foto più belle siano quelle che mi sono rimaste in mente, senza scattare ;-)
E’ stata una trasferta talmente densa, riassumerla in poche immagini è un’impresa impossibile: sono davvero solo dei “minuzzoli”, degli appunti a margine che spero mi serviranno per ricordare anche tutto il resto, in futuro.
Francesco, io sì, golosa a dei livelli da girone infernale. Più che carenza di affetto – che comunque è una realtà – , credo che la mia sia più una cosa tipo genetica, ce l’ho impressa nel dna, la golosaggine.
Alors, intanto molto belle le foto. Le mie preferite son quelle di architettura idrico-urbana perchè anche io se prendo in mano una macchina fotografica faccio solo di quelle foto lì, le persone non le cago mai, il che forse non è proprio, ma insomma…
Poi la sporta del disonore è un’idea grandiosa, anche io la voglio adottare.
Poi di nuovo firefox mi dà quei problemi che io clicco sui link del tuo blog (titolo di post, per dire, anche di quello che sto leggendo al momento) e mi chiede di abbonarmi ai feed, son almeno quattro giorni che me lo fa. Invece con explorer tutto bene. Forse la mia volpe di fuoco ha delle allergie, non lo so.
Poi mi chiedo se ti ia arrivata una certa busta imbottita, perchè se così non è c’è un problema con le poste di ravenna, è ufficiale.
Poi a me invece Tiziano mi piace e l’assunzione anche tanto, vestiti e mantelli in testa, ma anche il resto.
Poi niente. Bella Venezia, come al solito, c’ho un po’ di voglia di partire anche io, ma ho paura che la Duda mi caschi in acqua quindi rimandiamo.
Poi mi chiedevo, come va la Sere?
La Sporta del Disonore, guarda, è una pratica che io te la consiglio vivamente, a me mi fa meglio anche dello yoga ;-)
(a proposito: bustina arrivata, ‘desso vengo a scrivertelo anche via mail)
La Sere va un po’ meglio del solito, oserei dire. Ché scorribandare le fa bene, star lontana da casa, guardar fuori dai finestrini dei treni, rincoglionirsi d’arte soprattutto, perché l’arte la tira via da se stessa, e questo è sempre un bene.
Va un po’ meglio anche all’idea che tra meno di due settimane riprendo il largo, destinazione Roma: vedremo come andrà. Per il resto, gli angoli bui son sempre lì, solo che momentaneamente evito di buttarci l’occhio, ecco.
Poi infine io questo blog non lo so, cosa c’ha che non va, mi dà continuamente dei pensieri. Questa cosa che ti chiede dei feed, per esempio, io non so proprio dove metter le mani, per aggiustarla, mi spiace, chiedo perdono anche a nome suo :-(
Oh bene che ti è arrivata! Ero già qui che mi chiedevo se c’era un impiegato postale che mi odia e pesca apposta tutto quello che mendo in giro per non farlo arrivare dove deve, maledetto lui. O lei. E invece non c’è nessuno del genere, non esiste proprio. Ben gli sta.
Non fa niente per i feed, posso usare explorer. Ma anche no, perchè guarda, al momento sto usando firefox. Niente di più facile che sia l’H1N1 informatica di stagione.
Continua così, gli angoli bui li schiariamo a primavera con le pulizie stagionali.
Questa sera ho scoperto per caso, cercando notizie sulle ultime cene di Tintoretto, questo sito?, diario?, blog? e sono rimasto folgorato dalla tua sensibilità che ha fatto rivivere, a me e a mia moglie, a cui ho fatto vedere le tue immagini e leggere i tuoi pensieri, quelle atmosfere che, quasi ogni anno, andiamo a rivivere a Venezia. Scusa se ti ho dato subito del tu ma credo che questa comune sensibilità non consenta altri pronomi. Siamo due innamorati e siamo innamorati di Venezia, una città che ha, per noi, due soli torti: essere troppo lontana dalla Sicilia e oscurare tutte le altre città.
Le tue foto sono Serenamente sconvolgenti perché riscono a far rivivere le emozioni provate negli stessi luoghi; tutto ciò che hai ripreso di Venezia (esclusa ovviamente la casa) lo abbiamo vissuto e lo abbiamo rivissuto con le tue foto.
Non so quanti anni hai, noi andiamo per i sessanta ma a Venezia ci sentiamo due ragazzi.
Buona notte