La novità di questi giorni è che qui è arrivato settembre.
Non so da voi. Qui sì, tanto settembre.
Allora le cicale han smesso di cantare tutte insieme, il mio cane ha ricominciato a sonnecchiare in giardino, al sole, e intorno a casa si sente già profumo di vendemmia: ci son gli omini che si urlano le cose da una parte all’altra della vigna, e i grappoli neri, pesanti, con gli acini fitti fitti che a toccarli ti fan tutto un brividino leggero al palmo della mano.
Io mi sono anche già ammalata – segno inequivocabile che è proprio settembre, perché io di solito mi ammalo a settembre e mi disammalo a giugno-luglio, tutta una tirata faccio, eh – e sono ancora tutta frastornata e raggomitolata in una convalescenza fatta di vento e sonno e foglie che svolazzano e movimenti lentissimi perché sennò mi tornan subito il malditesta e la nausea e litri di camomilla e ore sospese nel nulla e questa debolezza dolce, ma così dolce.
E’ arrivato settembre, di sicuro, perché pian pianino mi stan tornando tutte le mie tipiche voglie settembrine: di farina di castagne, di mare, di treno, di abbracci. Di quadri, di bagni tiepidi con la finestra aperta, di città che non sono la mia, di vaniglia e spezie da mangiare e da avvolgermici dentro, anche.
Ma in questo settembre c’è anche una disillusione che è una piccola, educata catastrofe; c’è una rabbia sottile, un sottile distacco. C’è una nostalgia di cose che non sono mai state, che neanche saranno. E in qualche modo io mi dovrò ben difendere, da questo brutto vizio dell’immaginazione.
E poi c’è il solito sforzo di rimanere attaccata alle cose, di crederci anche quando nell’aria c’è un’inerzia latente, un interrogativo inopportuno che scaccio con gesti ossessivi. Via, via, che scocciatura: non vedi che sto facendo di tutto per non chiedere, non chiedermi?
Vedo risposte ovunque, io che non ne vorrei.
E’ che mi manca qualcosa proprio lì, tra lo stomaco e il cuore.
Secondo me si è sciolto. O più semplicemente
s’è stancato.
… Si raccontano male questi minimi avvenimenti.
Male. Ma è inevitabile dirli.
Li affido a te che all’unisono li intendi
e, sia pure, trasformali in altro: in altro ma non in niente -
sogno di dire a qualcuno che li fila nel tempo e li riprende.(da: Mario Luzi, Al fuoco della controversia)
〜
(che poi, quando sto così che non si capisce di preciso e mi mancano le cose che non esistono, come sapete mi salvo facendo la piccola esploratrice)

questa specie di mostro marino che non è più in mare ma nel mio giardino

una crisalide grossa così che a toccarla mi fa impressione

una specie di piccola ondina spumosa

perché le lacrime degli alberi sono palline d’ambra

riposo di una foglia straniera nel boschetto di bamboo

nel mio giardino, in terra, c’è quest’abbondanza di filini misteriosi

un fico, che poi però l’ho mangiato, anche se i fichi appiccicano

questa noce mangiata da uno scoiattolo secondo me è un po’ paurosa perché è uguale identica a delle mummie peruviane che ci sono al Museo di Antropologia di Firenze, che sono anche loro veramente molto paurose perché c’hanno la bocca aperta sembra che urlino

testa e zampe di tartaruga intente a mangiare le bucce di melanzana

tutta un’architettura complicatissima di ragnatele

un riccio puntuto che lo sa, come ci si difende

righine nelle grinfie del mostro marino
Tags: cose che capitano


peccato non avere un giardino e una tartaruga per dilettarsi in qlch foto settembrina…
ah
anche qui è arrivato settembre.
peccato.
eh. son gusti.
io bisogna mi commenti da sola per dire:
Ma quanto sarà bella la citazione da Luzi, quanto sarà! Ogni volta che la rileggo mi sembra più bella.
Ecco.
Belle foto e belle parole, come al solito!
Grazie :-)