Io, bisogna che ricominci a scappare

Oggi, pensavo.
Pensavo ai progetti per il mio autunno a girelloni, come si dice qui a Firenze.
Pensavo che mi va anche di tornare a Venezia. A novembre, o dicembre.

Pensavo che sarebbe la mia terza Venezia, ma la prima in solitaria.
La qual cosa da una parte un po’ mi preoccupa, e dall’altra pure.
Mica per niente, eh: è solo che tra una cosa e l’altra, pensavo, son tre anni che mi sposto in simbiosi con un’altra persona, e riabituarsi all’autarchia di qualche anno fa non è mica una roba che ci metti un attimo, capirete.

Pensavo ai ricordi della mia passata transumanza da single di ritorno.
Bei ricordi. Intensi.
Pensavo che però ero un’altra persona. Ero proprio un’altra persona.

Mentre scrivevo questo post, all’altezza dell’ultimo “pensavo”, mi è venuta voglia di ricercare su Google il mio vecchio MySpace, quello che avevo nel 2005 e che ha raccolto tutti i pensieri di quel periodo lì.
Di quando ero nel pieno del mio vagabondare ingenuo e ribelle, da poco uscita dalla fase più nera della depressione, con in mente ancora fresca l’ultima, unica vera perdita, e non ancora rientrata nei binari di una nuova “relazione”. Di quando me ne fregavo davvero, mica come adesso, che sono solo parole. Di quando ero libera come non lo sono mai stata.

io_2005
Io, da ragazzina (cioè intorno al 2005). A ritrovare queste foto sul MySpace m’è preso d’un male, ma d’un male. Vent’anni sembrano passati, altro che quattro. Venti. Io le guardo, guardo i pensieri che c’erano dietro quella faccia, e penso E te, chi saresti? Ed è la prima, traumaticissima volta che mi capita nella vita, una cosa così. Sarà la crisi del trentesimo anno, che volete che vi dica.

Pensavo che a quel tempo davo e prendevo da tutto e da tutti, città o persone che fossero, ed ero ancora così piccola da rischiare di illudermi. Pensavo: che meraviglia.

Pensavo che ero una ragazzina.
Appena quattro anni fa, gente, io ero ancora una ragazzina.
L’ho scoperto leggendo oggi quella me stessa di così poco tempo fa, e ci son rimasta di stucco. Soprattutto perché mi sono sorpresa ad invidiare quel qualcosa che ero e che in questi anni ho perso completamente.
Completamente.

Com’è successo, mi chiedo? Dov’ero, io, mentre accadeva questo sfacelo? Com’è che me ne accorgo davvero solo ora?

Facevo e pensavo cose da ragazzina, appena quattro anni fa.
Per esempio scappavo. Scappavo tantissimo.
Ma non ricordo di aver mai provato tanta vita quanta ce ne stava in quelle mie fughe da ragazzina.

Modena, settembre 2005
Modena, settembre 2005

Pensavo che questi minuzzoli di passato, a rileggerli, mi ricordo di emozioni che ora, al confronto, mi sembra di essere morta.

« Camminare per le stradine secondarie di una cittadina di provincia come Sarzana, verso l’ora di cena: lasciarsi docilmente portare dai rumori semplici di posate e piatti, la tv in sottofondo, le chiacchiere intorno alla tavola. E io sola, nel buio, per strada, che mi prendo questi piccoli pezzetti di vite estranee e me li stringo intorno.

Viaggiare da soli ha (anche) questo di bello: la meraviglia, l’emozione, costrette a rimanerti dentro, a “non essere dette”, ritornano come una specie di rimbombo gentile, si moltiplicano, continuano a rimbalzarti dentro, ti lasciano più lentamente, e allora hai davvero tutto il tempo per viverle, fino in fondo. »

« Nella spianata desolatissima e assolata delle rovine romane di Luni, in aperta campagna, il senso di libertà assoluta si faceva quasi una specie di vertigine che toglieva il respiro, come un bacio lungo e inaspettato.

Per un attimo – un attimo appena – si è fatta quasi sensazione di Abbandono. Abbandono completo.

Con il mio succo ACE comprato al discount e due kinder fetta al latte tutte sciolte nello zaino, mi sono guardata intorno, ho abbracciato tutto quel Sole e quei sassi antichi, e mi sono chiesta:

Ma io, che cazzo ci faccio qui? »

« Poi come ogni volta, subito dopo la “lavatrice del ritorno”, mi ritrovo seduta sul letto, mani in mano e sguardo nel vuoto, spaesata proprio perché di nuovo “a casa”, di nuovo “ferma”, di nuovo prigioniera nell’abitudine di essere me stessa, a pensare: “Mh. E ora?…”

….E ora? »

Pensavo che io mi rivoglio indietro.

Io, bisogna che ricominci a scappare.

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7 comments

  1. Bellissimo post. Non sai quanto abbia ritrovato me stessa tra le tue righe.
    “Io mi rivoglio indietro” è un’espressione che mi colpisce per la sua straordinaria essenzialità e chiarezza. È esattamente così.
    Ti abbraccio forte. Ah, quelle vecchie foto sono stupende.

  2. Acilia
    chissà, magari già il raggiungere la consapevolezza di quel “rivolersi indietro” è di per sé un buon punto di partenza per ritrovarsi davvero.
    Anzi, guarda, togliamo pure tutti quei “chissà” e “magari”… per quanto mi riguarda, io stavolta voglio – devo! – provare a concedermi il lusso della certezza.
    (non sto a dirti il piacere che mi ha fatto trovare una tua impronta anche qui :-) )

  3. Beh si cambia, si cresce, si va avanti. Credo che anche se riinizierai a vagabondare, non sarà più come una volta. Magari un retrogusto delle sensazioni che provavi allora lo reincontrerai, ma non esattamente lo stesso. Magari però scoprirai sapori nuovi, più maturi, che non se ne vanno via nemmeno quando cambi pietanza. E ti riempirai di più di prima, vagabondando o non. Comunque sia ti auguro dei bei viaggetti, l’Italia è tutta bella e ci sono un sacco di posti spettacolari da visitare e di scorci per far godere gli occhi!

  4. Lorenzo
    mi aspettavo che qualcuno mi dicesse che è sbagliato guardarsi troppo indietro, perché “si cambia, si cresce, si va avanti”. Ma, vedi, la retorica della crescita ad ogni costo non la condivido. Ciò che può essere giusto per te, e per milioni di altre persone, può non fare al caso mio. Non esistono percorsi universalmente “buoni e giusti”. Non per come la vedo io, almeno.
    Chi l’ha detto che la “maturità” è la migliore condizione, quella a cui tutti dovremmo tendere?
    E’ la più “opportuna” a livello sociale, certo, su questo non ci piove. E dovrei preferirla per questo motivo? Dovrei uniformare, standardizzare tutto quello che sono in base a ciò che la società si aspetta da me? Mai e poi mai.
    Ecco.
    Scusa ma quando si toccan questi tasti mi scatta la molla ispirata da speakers’ corner ;-)

  5. A girelloni ci sono andata molto a 19-20 anni. Anche prima e anche dopo, ma soprattutto in quel periodo. Mi piaceva tanto, avevo amici sparsi per l’Italia e a volte li andavo a trovare, magari mi facevano da punto di appoggio per la notte e poi di giorno andavo in giro, con loro o da sola. Era bello.

    Anch’io l’ho perso. Ho passato due anni a letto e l’ho perso, quando mi sono svegliata ero un’altra persona, e ora che sono passati anni ancora quella persona di prima non mi torna indietro. Forse non mi tornerà indietro mai.

    Anch’io sono single di ritorno, che è una condizione che non mi piace neanche un po’, specie perché non è stabile, ma è un discorso lungo e lasciamo stare, ché è meglio. Allora ho pensato tante volte: cavolo, ora sì che potrei riprendermi quella parte di me, andare in tanti posti, ci sono ancora tanti posti che voglio vedere, e andare da sola sarebbe bello, prendermi il mio spazio, non farmi condizionare. Invece sono bloccata e non mi muovo. Forse sono impigrita, anzi sicuramente. Anche solo l’idea di prendere il treno mi stressa. Sono andata a Vienna da sola, una settimana, ma non era per andare in giro, era per “ricerche bibliografiche” (uh, che denominazione altisonante!). Senza motivo, così solo per andare, non ci riuscirei.
    A me, questa depressione (e anche questa singletudine di ritorno, non dico di no) mi ha lasciato proprio scarica, ché spreco tanta di quella energia a essere ancora viva, che per la bellezza non me ne resta quasi più, e la solitudine anziché alla gioia ho imparato ad associarla al dolore.

    Così, ho letto quello che hai scritto e mi è venuto voglia di dirtelo.

  6. E’ pazzesco come da lontano sembriamo tutti simili, ma a guardarci bene proprio per niente…Io non li ho mai vissuti quei girelloni. Un po’ per scelta di carattere (troppo assurdamente seriosa e preoccupata) ed un po’ per determinate situazioni. Eppure mi mancano. Mi sento incompleta, per una volta vorrei essere piccola, o almeno inconcludente per il gusto di esserlo, invece di cercare di affannarmi verso cose che non so se voglio o meno. Eppure non credo che una cosa sia giusta e l’altra meno, oppure che una sia sintomo di maturità e l’altra no. Per me essere maturi significa non avere rimpianti, non sentire di appartenere ad un altro posto o ad un altro tempo.Forse anche tornando indietro lo si può diventare.

  7. @Marina
    pressoché tutto ciò che hai scritto avrei potuto dirlo io, ugualeuguale.
    Nel senso che c’è una parte di me che pensa che quel qualcosa che si è rotto non si riaccomoda, perchè i pezzi son così piccini che neanche volendo, capisci, e la forza per concedersi il beneficio del dubbio, dove si trova?, mi domando. Ammesso e non concesso che da qualche parte ci sia, quella forza. O quell’ingenuità, quell’incoscienza, chiamala come vuoi.
    La tua penultima frase è bellissima, cattiva in quanto vera, ma bellissima, e anche se dire “ti capisco” è una cosa che detesto, perché in realtà è impossibile capire, ognuno vive il dolore a modo suo e certe esperienze sono così estreme che è impossibile condividerle davvero anche con chi ne abbia passate di analoghe… dicevo, anche se dire “ti capisco” non mi piace per niente, stavolta faccio uno strappo alla regola.
    C’è stato un periodo – anzi, diversi periodi ricorrenti, quelle altalene estenuanti che anche tu forse conoscerai – in cui ci sputavo, sulla bellezza. Grondavo cinismo. Cinismo che però probabilmente mi ha salvata, per questo continuo a coltivarlo e a tenerlo in esercizio, perché sia pronto quando ce ne sarà di nuovo bisogno (perché ce ne sarà, di sicuro).
    Però mi son detta Cavolo, io bisogna che ci provi, a impastarlo di nuovo con un po’ di vita. Bisogna proprio. Provarci, almeno.
    E quindi, anche io: stanca, scarica, disillusa a dei livelli forse irrecuperabili; partire (scappare), poi, non è così semplice come sembra, per me che certe volte riuscire a prendere un treno – e soprattutto restarci sopra – è un’odissea che nemmeno andar sulla luna; e anche io, ritrovarmi di nuovo sola, ancora non so bene dove poggiare le mani per tenermi in equilibrio. Ma fosse anche sul pavimento, io da qualche parte queste mani le devo pur poggiare. E siccome quello che vedo davanti a me non mi piace per niente, le mani per adesso le lascio cadere indietro, ché qualche appiglio conosciuto di sicuro lì lo trovano.
    Pronostici però no, per carità: il domani, finché non diventa oggi, non è affar mio.
    Così, ho letto quello che hai scritto e mi è venuto voglia di dirtelo :-)

    @Vetsera
    a leggere il tuo e gli altri commenti, mi rendo conto che la “via di mezzo” è veramente un Eldorado. Mi viene il dubbio che neanche esista, e che “sbagliare” si debba, per forza, o verso un estremo o verso l’altro.
    Forse davvero ci si deve sentire alla fine un po’ male, direbbe Vasco, tanto per buttar lì una citazione erudita.
    O forse è solo che fate tutti buca qui in questo blog, la qual cosa renderebbe la mia analisi sociologica del tutto inattendibile ;-)

Dimmi pure, eh

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