Ti pareva che mi toccava tornare a Milano (tutta colpa di Edward)

Edward Hopper in mostra a Milano (da ottobre 2009) e a Roma (da febbraio 2010)

In questi giorni sto tentando di sopravvivere all’estate nell’unica maniera che per ora mi è venuta in mente: pensando intensamente all’autunno.

Sì perché io odio l’estate. Poi quest’anno che non sto neanche tanto bene, la odio ancora di più, non vedo l’ora che finisca.

Pensare all’autunno per me significa soprattutto pensare a dove potrei zonzeggiare, cioè a dire salire su un treno, vedermi qualche nuova città, qualche mostra, cazzeggiare su suolo neutrale.
Allora stavo facendo una lista delle città papabili, pensavo Milano no eh, questo autunno non ci voglio tornare a Milano, c’ho da andare in un sacco di posti nuovi prima di tornare a Milano.

Poi mi son ricordata della mostra di Hopper, mi tocca andare a Milano anche questo autunno.

Siccome ora è iniziata la campagna pubblicitaria, io vi copio qui il comunicato stampa. Se siete come Gianfranco, vi interessa. Sennò magari no, ma fa nulla. E vi dico anche che se non volete andarvela a vedere a Milano (da ottobre 2009), potete vedervela anche a Roma (da febbraio 2010). Io ora come ora propendo per vedermela a Milano, poi boh: le vie della mia indecisione sono infinite.

Per la prima volta, Milano e Roma rendono omaggio all’intera carriera di Edward Hopper (1882-1967) il più popolare e noto artista americano del XX secolo con una grande mostra antologica, senza precedenti in Italia, che comprende più di 160 opere.

La rassegna si terrà a Palazzo Reale di Milano dal 15 ottobre 2009 al 24 gennaio 2010 e, subito dopo a Roma, presso il Museo della Fondazione Roma, dal 16 febbraio al 13 giugno 2010, ed è prodotta da Palazzo Reale, Fondazione Roma e Arthemisia che grazie agli elevati standard qualitativi delle proprie produzioni, riconosciuti in Italia e all’estero, è riuscita in un’operazione mai realizzata prima: portare a Milano e a Roma – e successivamente a Losanna per l’estate 2010 – la prima grande mostra italiana del maggior esponente del Realismo statunitense, il pittore che più di ogni altro ha saputo rappresentare la vita quotidiana e la solitudine dell’uomo moderno.

Edward Hopper nel suo studio a New York, 1958 - Photograph by George Moffett, Jr. Stampa alla gelatina bromuro d’argento Frances Mulhall Achilles Library, Whitney Museum of American Art, New York
Edward Hopper nel suo studio a New York, 1958 – Photograph by George Moffett, Jr. Stampa alla gelatina bromuro d’argento. Frances Mulhall Achilles Library, Whitney Museum of American Art, New York

L’artista
Nato e cresciuto a Nyack una piccola cittadina nello Stato di New York, Hopper studia per un breve periodo illustrazione e poi pittura alla New York School of Art con i leggendari maestri William Merritt Chase e Robert Henri. Si reca in Europa tre volte (dal 1906 al 1907, nel 1909 e nel 1910) e soprattutto le esperienze parigine lasciano in lui un segno indelebile, alimentando quel sentimento francofilo che non lo avrebbe mai abbandonato, anche dopo essersi stabilito definitivamente a New York, dal 1913.
Alto un metro e novanta, nonostante la forte presenza fisica, era famoso per la sua reticenza, scriveva o parlava pochissimo del suo lavoro. Scomparso all’età di ottantaquattro anni, la sua arte gode della stima della critica e del pubblico nel corso di tutta la carriera, nonostante il successo dei nuovi movimenti d’avanguardia, dal Surrealismo all’Espressionismo astratto, alla Pop art.
Nel 1948 la rivista “Look” lo nomina uno dei migliori pittori americani; nel 1950 il Whitney Museum organizza un’importante retrospettiva su di lui e nel 1956 il “Time” gli dedica la copertina.
Nel 1967, l’anno della sua morte, rappresenta gli Stati Uniti alla prestigiosa Bienal di São Paulo.
Da allora, l’opera di Hopper è stata celebrata in diverse mostre e ha ispirato innumerevoli pittori, poeti e registi. Eloquente il tributo del grande John Updike che in un saggio del 1995, definisce i suoi quadri “calmi, silenti, stoici, luminosi, classici”.

La mostra
La storia di Edward Hopper è indissolubilmente legata al Whitney Museum of American Art che ospitò varie mostre dell’artista, dalla prima nel 1920 al Whitney Studio Club a quelle memorabili nel museo, del 1960, 1964 e 1980. Dal 1968, grazie al lascito della vedova Josephine, il Whitney ospita tutta l’eredità dell’artista: oltre 3000 opere tra dipinti, disegni e incisioni.
A cura di Carter Foster, conservatore del Whitney Museum che ha concesso per l’occasione il nucleo più consistente di opere, la rassegna vanta tuttavia altri importanti prestiti dal Brooklyn Museum of Art di New York, dal Newark Museum of Art, dal Terra Foundation for American Art di Chicago e dal Columbus Museum of Art.
Suddivisa in sette sezioni, seguendo un ordine tematico e cronologico, l’esposizione italiana ripercorre tutta la produzione di Hopper, dalla formazione accademica agli anni in cui studiava a Parigi, fino al periodo “classico” e più noto degli anni ‘30, ‘40 e ’50, per concludere con le grandi e intense immagini degli ultimi anni. Il percorso prende in esame tutte le tecniche predilette dall’artista: l’olio, l’acquerello e l’incisione, con particolare attenzione all’affascinante rapporto che lega i disegni preparatori ai dipinti: un aspetto fondamentale della sua produzione fino ad ora ancora poco considerato nelle rassegne a lui dedicate.

Study for Nighthawks (Studio per i Nottambuli) 1942, conté crayon su carta; foglio, 21,4 x 27,8 cm Whitney Museum of American Art, New York; lascito Josephine Nivison Hopper 70.193 © Heirs of Josephine N. Hopper, licensed by the Whitney Museum of American Art
Study for Nighthawks (Studio per i Nottambuli), 1942, conté crayon su carta; foglio, 21,4 x 27,8 cm, Whitney Museum of American Art, New York; lascito Josephine Nivison Hopper 70.193 © Heirs of Josephine N. Hopper, licensed by the Whitney Museum of American Art

Le prime sezioni “Autoritratti”, “Formazione e prime opere” e “Hopper a Parigi” illustrano un gruppo di promettenti autoritratti, le opere del periodo accademico e quindi gli schizzi inondati di luce e le opere del periodo parigino, come il noto dipinto Soir Bleu (1914). La sala dedicata a “La definizione dell’immagine: Hopper incisore”, con capolavori fra cui Night Shadows (1921) e Evening Wind (1921), mette in evidenza la sua tecnica elegante e quel “senso di incredibile potenzialità dell’esperienza quotidiana” che riscuote grande successo e che segna l’inizio di una felice carriera.

Nella sezione titolata “L’elaborazione di Hopper: dal disegno alla tela”, che celebra la straordinaria mano di Hopper disegnatore e il suo metodo di lavoro, viene presentato un gruppo significativo di disegni preparatori per esempio per Morning Sun (1952) e per il precedente New York Movie (1939), nei cui bozzetti si può vedere chiaramente come prenda forma la figura femminile: all’inizio è quasi un ritratto della moglie Jo (sua unica modella) per poi giungere alla “maschera” del cinema – uno dei temi prediletti dall’artista – assorta nei suoi pensieri e bella come una diva. Questa sezione svela quanto il “realismo hopperiano” sia spesso il frutto di una sintesi di più immagini e situazioni colte in tempi e luoghi diversi e non una semplice riproduzione dal vero. In mostra eccezionalmente an¬che uno dei suoi Record books, i famosi taccuini che riempiva insieme alla moglie, dove si vedono abbozzati molti dei suoi dipinti a olio.

Morning Sun (Sole al mattino) 1952, olio su tela, 71,44x101,93 cm Columbus Museum of Art, Ohio, Museum Purchase, Howald Fund 1954.031
Morning Sun (Sole al mattino), 1952, olio su tela, 71,44×101,93 cm © Columbus Museum of Art, Ohio, Museum Purchase, Howald Fund 1954.031

Nelle sale dedicate a “L’erotismo di Hopper” la mostra riunisce invece alcune delle più significative immagini di donne in stati contemplativi, perlopiù nude o semi svestite, da sole e in interni, che insieme alle opere della sezione “I concetti essenziali: il tempo, lo spazio, la memoria” illustrano al meglio la poetica dell’artista, il suo discreto realismo e soprattutto l’abilità nel rivelare la bellezza nei soggetti più comuni, usando spesso un taglio cinematografico, molto apprezzato dalla critica.
Hopper è stato per lungo tempo associato a suggestive immagini di edifici urbani e alle persone che vi abitavano, ma più che i grattacieli – emblemi delle aspirazioni dell’età del jazz – egli preferiva le fatiscenti facciate rosse di negozi anonimi e i ponti meno conosciuti. Tra i suoi soggetti favoriti vi sono scorci di vita nei tranquilli appartamenti della middle class, spesso intravisti dietro le finestre da un treno in corsa, immagini di tavole calde, sale di cinema, divenute delle vere e proprie icone, come testimoniano alcuni celebri capolavori esposti: Cape Cod Sunset (1934), Second Story Sunlight (1960) e A Woman in the Sun (1961). Hopper realizza anche notevoli acquerelli, durante le estati trascorse a Gloucester (Massachusetts), nel Maine, e a partire dal 1930, a Truro (Cape Cod). Difficile vedere il mare in quelle opere che raffigurano piuttosto dune di sabbia arse dal sole, fari e modesti cottage, animati da sensuosi contrasti di luce e ombra. Dipinti che evocano sempre delle storie pur lasciando irrisolte le motivazioni dei personaggi.

La mostra è arricchita di un importante apparato fotografico, biografico e storico, in cui viene riper¬corsa la storia americana dagli anni ’20 agli anni ’60 del XX secolo: la grande crisi, il sogno dei Kennedy, il boom economico. Un’occasione dunque per capire meglio anche la nuova crisi di oggi e l’America di Barack Obama.

Nel catalogo, edito da Skira, i saggi di: Carter Foster, Carol Troyen, Sasha Nicholas, Goffredo Fofi, Demetrio Paparoni, Luigi Sampietro.

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3 comments

  1. Splendido…mi sa che la vedrò…quest’anno penso di potermi dedicare finalmente a qualche mostra invece di farmele sfuggire tutte sotto il naso…

  2. Idem per me! Questi ultimi mesi mi hanno vista troppo poco viaggiante, e anche io mi sono persa diverse mostre a cui tenevo tantissimo. Spero proprio di recuperare il tempo perduto!

Dimmi pure, eh

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