A me, i libri, quando son così smaccatamente distruttivi (come questo), non mi piacciono. Le allegorie del male, le sopporto poco. Perché mi sembran scritte apposta per eccitare la morbosità di chi legge.
E allora in questi casi mi capita di pensare: il dolore che parla solo col dolore, secondo me, non sa parlare.
Stavolta invece no. Questo libro è più che negativo: è totalmente privo di speranza. Un pozzo nero e viscido di cui non vedi la fine, che non ti offre la salvezza di un appiglio. Ma è proprio bello, c’è poco da fare. Lo dico un po’ controvoglia, ma lo dico.
All’inizio ci sono la guerra, due gemelli che hanno un che di demoniaco, e un Grande Quaderno pieno delle più efferate abiezioni. Poi lo stile chirurgico della Kristof posa il bisturi, prende fiato, e pian piano si inizia a dubitare di tutto, e poi anche del suo contrario: cosa è reale, cosa è incubo, e cosa invece non si farebbe, «per sopportare l’insopportabile solitudine». Nomi, identità, luoghi, tempi si intrecciano, svaniscono, fanno sconci sberleffi. Le pagine si son già attaccate agli occhi come carta moschicida: si resta in bilico tra fiaba e allucinazione, quasi contro la propria volontà.
Mi rimane una perplessità: cosa ti lascia, un libro come questo? Che uno lo chiude e pensa quant’è insensato e brutto e cattivo il mondo gli uomini la vita!… Mbè? Misero risultato.
Comunque da leggere. Fosse anche solo per farsi di queste (misere) domande.
Autore: Agota Kristof | Titolo: Trilogia della città di K. | Editore: Einaudi | Pagg: 379 | Prezzo: 11,50 €
Dopo averlo finito ho pensato di rileggerlo subito dopo con la soluzione che mi avrebbe dato una chiave di lettura diversa ma non ne ho avuto il coraggio. Un libro duro e difficile. Però che bello :-)
Concordo. Obtorto collo, ma concordo ;-)
Ho letto quattro volte questo testo straordinario e ogni volta, passando attraverso tutti i miei peggiori fantasmi, provando brividi reali sulla pelle, ho desiderato di non arrivare mai alla fine e di tornare a leggerlo. E lo faccio ancora, anche solo dei passi, che oramai conosco a memoria, per il piacere quasi maniacale di godermi la letteratura, la grandiosa letteratura della Kristof (che possa ancora regalarci emozioni come queste con altre opere a breve!). Sul fatto che i tre romanzi e il romanzo composto dalle tre differenti parti, non lascino scappatoie, non concordo. La tragedia narrata dall’autrice, non dissimilmente da un’Antigone sofoclea o da un Amleto shakesperiano è una rappresentazione della vita, che giungendo a compiersi nella sua ineluttabile necessità attraversa l’esistenza, i suoi dolorosi bivi e trivi, i piaceri, i desideri e giunge poi (com’è giusto che sia, essendo una tragedia) alla morte, che rappresenta la fine della speranza, di quella specifica speranza, di Lucas (come di Antigone o di Otello). Ma Lucas ha amato e desiderato e sperato, umanamente, forse più umanamente di tutti. E umanamente di toglie la vita. Non è atroce, più di quanto possa esserlo una qualsiasi realtà, come dice Agota Kristof, un libro per quanto triste non potrà mai più triste della vita. Concordo, è una storia triste (come tutte le storie tragiche) narrata divinamente bene e che ci lascia col desiderio di starci ancora, ancora, a vivere, per leggerla, per sperare, per amare…La tragedia greca non verrebbe ancora rappresentata dopo 2000 anni, anzi 2400 anni, se non parlasse dell’uomo agli uomini di ogni tempo e stagione, pur lasciando sempre quel sapore amaro di vite spezzate, di speranze inevase, di impossibilità.
Quattro volte son tante, eh: bravissima.