Jerome | Tre uomini in barca

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Se non la ritenessi un’espressione invereconda, direi che questo libro è de-li-zio-so. Una psicopatologia della vita quotidiana, in salsa british.
Anzi, neanche. Perché più che humor britannico, qui c’è lo humor jeromiano, che secondo me sta diversi gradini sopra e fa parte a sé.

Un libro così bisogna leggerselo, non va mica tanto bene raccontarlo. Comunque: ci son tre uomini – per non parlare del cane! – che decidono di fare un giro in barca sul Tamigi. Poi più che altro si va avanti a forza di storie e digressioni sugli accidenti che succedono o son successi a questi tre uomini, narrati con una serietà da tregenda che ti fa compostamente sbellicare.
Della serie che Jerome, secondo me, ti fa ridere anche parlando di una cosa banale come lo spazzolino da denti che la mattina della partenza ti accorgi di averlo accidentalmente già infilato in valigia e butti all’aria tutto per ritrovarlo; o il bollitore che non bolle, se stai lì a guardarlo, e allora devi far finta che non ti interessa, se bolle o no, che faccia pure come gli pare.

Sì perché gli oggetti, in questo libro, son tutti dotati di personalità autonome accomunate da una fondamentale caratteristica: congiurare contro gli esseri umani. Vi faccio un esempio, sui “barbari istinti dei cavi da rimorchio“:

C’è qualcosa di molto strano e inspiegabile, in una cima da rimorchio. L’arrotoli con la stessa cura e la stessa pazienza di cui potresti dar prova nel piegare un paio di pantaloni nuovi e, cinque minuti dopo, quando vai a riprenderla, è tutta un terrificante e ributtante groviglio.
Non vorrei essere offensivo, ma sono fermamente convinto che se si prendesse una cima da rimorchio di media lunghezza e la si ponesse lunga e distesa nel bel mezzo di un campo e poi le si girassero le spalle per trenta secondi, voltandosi di nuovo a guardarla si constaterebbe che si è tutta ammucchiata al centro del campo, si è aggrovigliata e ha formato dei nodi, rendendo i due capi introvabili e avvolgendosi in una serie di cappi, con la conseguenza che per districarla sarebbe poi necessario starsene una buona mezz’ora seduti sull’erba a imprecare senza interruzioni.
Questa è la mia opinione sul conto delle cime da rimorchio in genere. Com’è ovvio possono esistere degne eccezioni: non voglio dire che non ce ne siano. Possono esserci cime da traino coscienziose e rispettabili…cime da traino che non si mettono in mente di essere lavori all’uncinetto, che non cercano di trasformarsi da sole in coprischienali confezionati ai ferri, non appena vengono lasciate a loro stesse…

(ihihih)

Ci son dei passi che sarebbero da incorniciare, da averli a portata d’occhi quando ti senti un po’ giù. Ma bastano anche solo le frasette che introducono ai vari capitoli, eh. Tipo:

La vittima di centosette malattie inguaribili – Il piacere dell’accamparsi all’aperto nelle nottate serene – Idem nelle nottate di pioggia – Le mie preoccupazioni circa il fatto che Montmorency (è il cane, nota mia) sia una creatura troppo buona per questo mondo, in seguito messe da parte perché prive di fondamento – La perfidia degli spazzolini da denti (vedi sopra, nota mia) – Il comportamento ingrato di una barca a due rematori – Lo spirito di contraddizione dei bollitori dell’acqua per il tè, come averne la meglio (vedi di nuovo sopra, nota mia) – Probabile motivo per cui non affogammo - … (ihihih, nota mia)

Mi è venuto anche il dubbio che si debba essere delle “anime candide” per farsi piacere questo libro. Ma poi ho pensato che forse non è vero, perché io, anima candida, mi sa che non ci sono tanto. E quindi.

Autore: Jerome K. Jerome | Titolo: Tre uomini in barca (per non parlare del cane) | Editore: Feltrinelli (ma ce ne son miriadi di edizioni diverse) | Pagine: 196 | Prezzo: 8 €

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