Visto che tutti dobbiamo morire (e non fate quella faccia: prima o poi qualcuno doveva ben dirvelo!), tanto vale riderci su. E questo librettino, aiuta.
Lo fa involontariamente, certo, perché i testi che ci son raccolti – testamenti olografi (”di proprio pugno personale”) pescati negli Archivi notarili napoletani e di Stato – mica son stati scritti per far ridere, a suo tempo. Son pur sempre uomini di fronte al pensiero della morte, ad averli scritti. E quindi, volendo è un ridere un po’ irrispettoso; ma anche no (e comunque ormai chi se ne importa, tanto sono morti).
Meglio che lasci la parola ai morituri, che di parole, in quei momenti lì, ce n’hanno un sacco. Magari sgrammaticate, ma si sente, che vengon proprio dal cuore, come si dice. Nel bene e nel male. E che il bisogno di lasciare una traccia – anche cattiva, ma che sia una traccia – è più forte della paura.
Certo che siamo ben strani, noi esseri umani, comici nostro malgrado.
Questo qui, per esempio, che ci doveva avere una moglie mica da ridere (prego notare la genialità delle ultime tre righe):
«Testamento di me medesimo malato tisico lucido di mente, scritto a mano contro mia moglie Maria Cannavacciuolo maritata Buonomo Gennaro che sarei io.
Se morirebbe prima mia moglie di me sarei grato a San Gennaro a ceri e fiori finacché campo. Ma lei si è sempre curata bene e schiatta di salute alla faccia mia che non ce speranza, io credo.
Approfitto della controra che stà stravvaccata sopralletto per scrivere nascostamente nel gabinetto su carta tipo igienica il mio lascito testamento di robbe poche ma stentate, col sudore della fronte per tutta una vita onesta ma sfortunata. Che se si sveglia sono mazzate.
Non avendo la infamona fatti i figli perché è arida di panza e di cuore, lascio il basso di abitazione a mio nipote Libberato figlio di mio fratello Vittorino.
A mia nipote Italia, sempre figlia di Vittorino, lascio per dote la mobilia con la biancheria di correto, l’anello mio, la catenina e il curniciello della buonanima del nonno.
Non ciò altro.
Quando sarò morto dovete cercare il mo testamento qui presente dietro all’armadio. Se non lo cercate dietro all’armadio non lo trovate, e allora è inutile che lo cercate.»
e questo, “caro padre estinto qui presente”, che idem come sopra (però è stato più furbo e non se l’è mica sposata):
«Testamento lografo da me confezionato secondo consiglio legale di Peppe ‘a paglietta che se ha sbagliato l’affogo dall’aldilà morto e ‘bbuono. Dice che, essendo moribondo, la mia volontà, scritta a mano con la data e la firma, vale pure cogli errori e sparambio il notaro. Perciò io mi fido e scrivo come posso.
In primis. Tutto ai miei figli e niente a mia moglie diciamola così, che mai la voletti sposare e feci bene. Madre disamorata. Chi sa dove sta.
In secundis. Leggittima a Michele figlio, leggittima a Elena figlia, leggittima a Gaetano figlio dal loro caro padre estinto qui presente che li ha riconosciuti al tribunale e li vuole bene come sanno.
In terzis. Superchio a sorema e al soprastante Peppe suo marito, con onere di cura fino a morte fatta e esequie. Se muore Peppe prima di me, che mi pare possibbile datosi che sta scassato buono per vizzi di gioventù, il superchio va tutto a sorema con onere di cura e di esequie come sopra.
In fundis. Mi arracomando le esequie. Non facciamo le solite figure di pezzente.»
o questo qui – il mio preferito – , che invece senza volere ha scritto la versione buffa del racconto “Sepolto vivo” di Poe, con la variante cautelativa dello iochitochi (walkie talkie):
«(…) Voglio e pretendo solo che sia fatto quello che ho ben spiegato. Dopo che la mia salma è stata esposta e prima di interrarla, nella bara speciale che mi sono fatto fare per l’occasione dovete metterci due litri d’acqua minerale non gasata, un pacco di freselle, la dentiera, la pila magnum con le pile cariche e il iochitochi per chiamare mio nipote nel caso che mi sveglio dalla morte apparente, come già mi è successo una volta mentre ero sul letto mortuario. Troverete tutto questo già preparato nel mio comodino.
Faccio poi obbligo a mio nipote erede universale, col quale abbiamo già fatto tutte le prove, di rimanere sintonizzato con la mia salma interrata giorno e notte almeno per quarantotto ore.
Se mi sveglio e lo chiamo e lui non risponde gli mando l’anatema e nessuno potrà per questo condannarmi, nemmeno San Giuseppe. E se poi esco vivo dalla bara gli tolgo l’eredità a lui e a San Giuseppe, così avranno più tempo per distrarsi.
Non ho altro da aggiungere se non baci e abbracci, e la speranza di lasciarci il più tardi possibile. Nella bara non dimenticate la dentiera a portata di mano.»
o infine questo, che io lo capisco, che di fare il bis non ce n’avrebbe granché voglia:
«(…) Non lascio nessun regolamento di messe o di esequie perché tanto i vivi fanno sempre come pare a loro. Spero solo nella bontà divina che l’altra vita è meglio di questa. Se no, per me basta così, non gradisco.»
Ora credo di terminare a scrivere che mi sono noiata, come dice uno zio d’America che scrive ai nipoti da Cicaco USA il primo settembre 1944. Non senza prima ribadirvi che questo librino è un gioiello, se vi fosse sfuggito.
Autore: autori vari | Curatore: Salvatore De Matteis | Titolo: Essendo capace di intendere e di volere | Editore: Sellerio | Pagine: 180 | Prezzo: 8 €
Meraviglia delle meraviglie.