Questo libro io la prima volta lo lessi tipo otto anni fa o giù di lì. Mi piacque tantissimo.
Poi qualche giorno fa in libreria ho ricomprato dopo tantissimo tempo una rivista letteraria che per vostra informazione vi dico che si intitola Il Caffè illustrato. Bimestrale di parole e immagini, è diretta da Walter Pedullà e per me è bellissima (qui c’è pure il sito, è bruttino e neanche tanto aggiornato, ma insomma, ci si può fare lo stesso un’idea, ci son tutti i sommari dei numeri passati), dicevo che ho comprato il numero 46/47 di questa rivista, e c’era un dossier dedicato a Silvio D’Arzo – tra l’altro fatto molto bene, ve lo consiglio – e allora farla breve mi è venuta la voglia di rileggermi questo suo libro. Punto.
Ogni volta che si parla del racconto Casa d’altri, vien sempre fuori che Montale lo definì il “racconto perfetto”, uno dei più belli di tutto il Novecento. Ora, io proprio “perfetto” non saprei dire, non son del mestiere: ma meraviglioso, sì.
Io, quando leggo Silvio D’Arzo, mi viene in mente le foto di Ghirri. E quando mi viene in mente le foto di Ghirri, è sempre un buon segno. Questa qui ha per titolo Casa Benati, Reggio Emilia, 1985
Se questo racconto fosse un colore, io credo, sarebbe il viola, come viola ad una cert’ora in questo racconto diventano «i sentieri e le erbe dei pascoli e i calanchi e le creste dei monti».
Fosse un rumore, sarebbe quello dei campanacci di bronzo in lontananza, «e un fruscìo come d’erba medica e d’acqua», oppure ancora meglio «tutti quegli infiniti rumori che nessuno sa mai cosa siano e che sembrano venir su a poco a poco dal cuore stesso della notte e dei monti».
Fosse un odore, quello delle castagne messe a lessare.
Insomma cose semplici, cose delicate, che ora ci sono e certe volte ti vien da commuoverti e non ti spieghi il perché, e un attimo dopo son già sparite e tu di nuovo non ti spieghi il perché ma pensi che è giusto così, in fondo, che sian sparite e che ti abbian fatto venire da commuoverti senza lasciarsi capire: insomma, cose a misura d’uomo: piccine o grandi così, è solo questione di prospettiva.
«Fu una sera. Sul finire d’ottobre.
Me ne venivo giù dalle torbe di monte. Né contento né triste: così. Senza nemmeno un pensiero. Era tardi, era freddo, ero ancora per strada: dovevo scendere a casa, ecco tutto.
L’ombra proprio non era ancora scesa: campanacci di pecore e capre si sentivano a tratti qua e là un po’ prima della prata dei pascoli. Proprio l’ora, capite, che la tristezza di vivere sembra venir su assieme al buio e non sapete a chi darne la colpa: brutt’ora.»
Per dire che la poesia, non necessariamente c’ha bisogno del verso che va a capo, per essere tale, mi spiego? La prosa, in questo racconto qui, ti vengono i brividi. La punteggiatura, io non lo so se sia possibile usarla in un modo più bello… più “melodico” di così (l’han chiamata “punteggiatura espressionistica”, e io son d’accordo).
E le parole poi, le parole: «l’autore di Casa d’altri ha capito che deve risparmiare sulle parole se vuole dire di più. Si convinse che toccava pagare con un numero minore di monete ma ognuna di maggiore valore», scrive Pedullà nel dossier di cui vi parlavo.
Le parole, che «sarebbero state quelle di uso più frequente tra i contadini: quando ne cade una, tintinna eccome: un suono che arriva al cuore di ogni poveraccio, cioè di ogni uomo».
Ora però non crediate che sia tutta “forma” e niente sostanza, mi raccomando a voi. Uh quanto sbagliereste!
Perché dentro questo racconto di appena una cinquantina di pagine c’è la debolezza dell’Uomo, c’è l’incertezza sul senso stesso della vita, c’è l’abitudine, c’è l’estraneità, quel sentimento del sentirsi al mondo come in “casa d’altri”, appunto; c’è l’inquietudine, l’impotenza, l’ironia, la disillusione; c’è lo sconcerto di quando un Uomo si accorge che anche la disperazione, in fondo, è monotonia.
Ora è inutile star qui a dirvi che è ambientato in un paesino delle montagne emiliane e che i protagonisti sono un prete e una vecchia lavandaia di nome Zelinda e che al centro di tutto c’è una domanda che è un po’ come un abisso.
Io, l’unica cosa che posso dirvi: se non lo conoscete, conoscetelo.
Tags: letteratura italiana, luigi ghirri, silvio d'arzo, sulla via emilia

vorrei visitare “Casa Benati”, quella della foto,
mi può dare delle informazioni.
Tante grazie. Cordiali saluti
G. Caleffi
Giuseppe, mi spiace ma non so esserti d’aiuto. Conosco Casa Benati solo come soggetto di questa foto di Ghirri, e nulla più. Un saluto.