30 lug 09 Se hai qualcosa da dire, non far complimenti

Questo librino, in dieci minuti l’hai finito. Io, il tempo di entrare a letto, prendere le mie medicine della sera, scrivere un messaggino al Marito, l’avevo già quasi finito. Venti minuti in tutto, perché son lenta.
Venti minuti comunque molto piacevoli, devo dire.
E’ la trascrizione di una di quelle cose che noi essendo italiani giustamente le chiamiamo reading, nato in collaborazione col progetto GNAM, che sarebbe l’acronimo di Gastronomia Nell’Arte Moderna, e quindi si parla di cose tipo letteratura e cibo, scrittori grassi e magri, oltre a cose che non c’entrano niente. Questa cosa del progetto la dico così uno poi non si stupisce troppo quando nelle librerie online lo trova nel reparto Cucina ed economia domestica, questo libro qui.
C’è Leopardi che a Napoli mangiava troppi gelati, per esempio, e Erofeev che si beveva i profumi. Gogol’ che gli piaceva andar per funghi, Beckett che era magrissimo per questo gli han dato anche il Nobel, Hemingway che era meglio se non si guardava allo specchio, Petrarca che c’aveva due guanciotte, eccetera.
C’è anche Berlusconi che per un po’ è morto. Continua →
30 lug 09 Ci sono ben 16 commenti

Aldo Buzzi, essendo nato nel 1910 uno può pensare che sia già passato a miglior vita, invece no, è ancora vivo (edit del 9 ottobre 2009: da oggi non è più vero, che è ancora vivo), e questo libro qui l’ha pubblicato nel 1979. A me me l’ha consigliato – mi vergogno un po’ a dirlo – Giampiero Mughini, che nella sua Collezione diceva che era un libro proprio bello del Novecento italiano, e siccome l’Adelphi me l’ha ristampato giusto il mese scorso, l’ho letto.
Dire che non è un libro di ricette, è sbagliato, perché le ricette ci sono, parecchie. Dire che è un libro di ricette, è sbagliato lo stesso, perché ci son tante altre cose oltre le ricette.
Dice a questo proposito il sottotitolo: «Ricette, curiosità, segreti di alta e bassa cucina, dall’insalata all’acqua alla pastina in brodo della pensione, da Apicio a Michel Guérard, da Alexandre Dumas a Carlo Emilio Gadda, dal curato di Bregnier a san Nicolao della Flue.», e si capisce subito che è un librino speciale, che mescola l’amore per la cucina e il mangiar bene alla passione per la cultura nel senso ampio, la letteratura, la storia, i viaggi, robe così. Ci senti sempre quel pizzico di ironia, di convivialità, che ti vien da accomodarti. Continua →
29 lug 09 Ci sono ben 2 commenti
Quando lessi del sindaco leghista di Treviso, Gentilini, che gli venne l’idea di toglier di mezzo tutte le panchine perché attiravano i malintenzionati (leggi soprattutto immigrati), pensai Toh!, han trovato un modo nuovo per rendere il mondo ancora più schifoso. Ma bravi davvero. Bravi.
Da quel giorno lì – ma anche da prima a ben vedere – , le panchine se la passano mica tanto bene, in Italia. Son passate di moda.
Ed è un peccato, perché le panchine non son solo “arredo urbano”. Son proprio un’altra dimensione, altro che.
Nostalgicamente parlando, chi ha trent’anni o più se lo ricorda di certo, di quando esistevano le “compagnie”, e non esisteva facebook e neanche il cellulare eppure ogni pomeriggio senza bisogno di mettersi d’accordo ci si ritrovava tutti lì, a quella panchina che era il nostro quartier generale, che venisse giù il mondo o che ci fossero quaranta gradi all’ombra, ci trovavi sempre qualcuno. Ed eran tempi più belli, secondo me.
Ma a parte questo, su una panchina ci posson succedere tante altre cose.
Per esempio ti può venir da pensare all’infinito, e magari c’esce pure una poesia (prendi Leopardi, per dire); ci si può sedere e dir cose assurde per ingannare l’attesa di Godot; ti puoi metter lì ad osservare la vita che ti scorre accanto, come ha fatto Perec, nel tentativo di esaurire un luogo parigino; se la panchina in questione è di fronte al lago di Sils in Engadina, ci sta anche che ti venga l’ispirazione per buttar giù due righe tanto per (come gli è successo a Nietzsche che seduto davanti a quel lago c’ha scritto il Così parlò Zarathustra); e se sei in vena ci puoi pure scrivere un intero libro, su una panchina, come gli è successo a Beppe Sebaste. Continua →
29 lug 09 Ci sono ben 3 commenti

Questo libro io la prima volta lo lessi tipo otto anni fa o giù di lì. Mi piacque tantissimo.
Poi qualche giorno fa in libreria ho ricomprato dopo tantissimo tempo una rivista letteraria che per vostra informazione vi dico che si intitola Il Caffè illustrato. Bimestrale di parole e immagini, è diretta da Walter Pedullà e per me è bellissima (qui c’è pure il sito, è bruttino e neanche tanto aggiornato, ma insomma, ci si può fare lo stesso un’idea, ci son tutti i sommari dei numeri passati), dicevo che ho comprato il numero 46/47 di questa rivista, e c’era un dossier dedicato a Silvio D’Arzo – tra l’altro fatto molto bene, ve lo consiglio – e allora farla breve mi è venuta la voglia di rileggermi questo suo libro. Punto.
Ogni volta che si parla del racconto Casa d’altri, vien sempre fuori che Montale lo definì il “racconto perfetto”, uno dei più belli di tutto il Novecento. Ora, io proprio “perfetto” non saprei dire, non son del mestiere: ma meraviglioso, sì. Continua →
29 lug 09 Toh, guarda: un commento

Visto che tutti dobbiamo morire (e non fate quella faccia: prima o poi qualcuno doveva ben dirvelo!), tanto vale riderci su. E questo librettino, aiuta.
Lo fa involontariamente, certo, perché i testi che ci son raccolti – testamenti olografi (”di proprio pugno personale”) pescati negli Archivi notarili napoletani e di Stato – mica son stati scritti per far ridere, a suo tempo. Son pur sempre uomini di fronte al pensiero della morte, ad averli scritti. E quindi, volendo è un ridere un po’ irrispettoso; ma anche no (e comunque ormai chi se ne importa, tanto sono morti).
Meglio che lasci la parola ai morituri, che di parole, in quei momenti lì, ce n’hanno un sacco. Magari sgrammaticate, ma si sente, che vengon proprio dal cuore, come si dice. Nel bene e nel male. E che il bisogno di lasciare una traccia – anche cattiva, ma che sia una traccia – è più forte della paura.
Certo che siamo ben strani, noi esseri umani, comici nostro malgrado. Continua →
29 lug 09 Ci sono ben 4 commenti

Achille Campanile, di Tragedie in due battute, ne scrisse più di cinquecento. Intorno agli anni Venti del ‘900.
Questo libretto – che i più arguti avranno capito contenerne solo ottantasette – me lo son portato in borsa per qualche giorno, per leggerlo in treno, e ogni tanto quasi mi vergognavo, perché mi veniva da ridere da sola.
Tragedie in realtà non sono, ma la cosa delle due battute è vera: anzi, a volte ce n’è una sola, o anche nessuna, addirittura. Son proprio epigrammatiche, come si dice. Un genere a sé.
Beppe Severgnini, nella prefazione, dice che in un romanzo si può sbagliare una pagina, in un racconto un paragrafo, in un articolo qualche parola. In una Tragedia in due battute neppure una virgola. E Campanile, dico io, ne sbaglia proprio pochine.
Alcune son proprio dei colpi di genio – e se si considera in che anni se l’è inventate, lo sono ancora di più. Molte vivono di calembours e giochi di parole, altre di paradossi, altre ancora sono le classiche “freddure” sceme, ma proprio sceme sceme, che uno si chiede Ma come mai sto ridendo per una cosa così scema?, col risultato che gli viene ancora più da ridere. Continua →
29 lug 09 Ci sono ben 4 commenti

In questo periodo mi tengo alla larga dai libri con tante pagine perché mi fa fatica anche solo l’idea. Sicché quando mi è arrivato in regalo questo libro di Saramago che pur desideravo, con tutte le sue quattrocento pagine fitte fitte, ho pensato Eeeeh chissà quando lo leggo questo qui.
Per curiosità ho letto le prime pagine, dove c’è una descrizione di un’incisione di Dürer, e precisamente una Crocifissione. Oh, è andata a finire che me lo son letto tutto.
E’ stato il mio primo Saramago, non ho ancora letto neanche Cecità che ce l’ho lì da anni ma niente, figurarsi, l’han letto tutti meno che io, questo invece è venuta subito la sua ora, credo soprattutto grazie allo stile, che è… evocativo, ecco sì, direi proprio evocativo, lo stile di Saramago. Insomma non è malaccio, secondo me.
(comunque Saramago bisogna anche dire che ci deve aver avuto delle brutte esperienze con la punteggiatura, che tipo è rimasto scioccato, non la usa più. Cioè, le virgole sì, è tutta una virgola. Punti, pochissimi. Virgolette e punti interrogativi, neanche mezzo – che invece nei dialoghi ci avrebbero il loro perché – . Però poi uno ci s’abitua, può anche piacere questo stile a-punteggiato, alla fine.) Continua →
27 lug 09 Ci sono ben 3 commenti

In questi giorni sto tentando di sopravvivere all’estate nell’unica maniera che per ora mi è venuta in mente: pensando intensamente all’autunno.
Sì perché io odio l’estate. Poi quest’anno che non sto neanche tanto bene, la odio ancora di più, non vedo l’ora che finisca.
Pensare all’autunno per me significa soprattutto pensare a dove potrei zonzeggiare, cioè a dire salire su un treno, vedermi qualche nuova città, qualche mostra, cazzeggiare su suolo neutrale.
Allora stavo facendo una lista delle città papabili, pensavo Milano no eh, questo autunno non ci voglio tornare a Milano, c’ho da andare in un sacco di posti nuovi prima di tornare a Milano.
Poi mi son ricordata della mostra di Hopper, mi tocca andare a Milano anche questo autunno.
Siccome ora è iniziata la campagna pubblicitaria, io vi copio qui il comunicato stampa. Se siete come Gianfranco, vi interessa. Sennò magari no, ma fa nulla. E vi dico anche che se non volete andarvela a vedere a Milano (da ottobre 2009), potete vedervela anche a Roma (da febbraio 2010). Io ora come ora propendo per vedermela a Milano, poi boh: le vie della mia indecisione sono infinite. Continua →
27 lug 09 Se hai qualcosa da dire, non far complimenti

Se non la ritenessi un’espressione invereconda, direi che questo libro è de-li-zio-so. Una psicopatologia della vita quotidiana, in salsa british.
Anzi, neanche. Perché più che humor britannico, qui c’è lo humor jeromiano, che secondo me sta diversi gradini sopra e fa parte a sé.
Un libro così bisogna leggerselo, non va mica tanto bene raccontarlo. Comunque: ci son tre uomini – per non parlare del cane! – che decidono di fare un giro in barca sul Tamigi. Poi più che altro si va avanti a forza di storie e digressioni sugli accidenti che succedono o son successi a questi tre uomini, narrati con una serietà da tregenda che ti fa compostamente sbellicare.
Della serie che Jerome, secondo me, ti fa ridere anche parlando di una cosa banale come lo spazzolino da denti che la mattina della partenza ti accorgi di averlo accidentalmente già infilato in valigia e butti all’aria tutto per ritrovarlo; o il bollitore che non bolle, se stai lì a guardarlo, e allora devi far finta che non ti interessa, se bolle o no, che faccia pure come gli pare. Continua →
27 lug 09 Ci sono ben 4 commenti

A me, i libri, quando son così smaccatamente distruttivi (come questo), non mi piacciono. Le allegorie del male, le sopporto poco. Perché mi sembran scritte apposta per eccitare la morbosità di chi legge.
E allora in questi casi mi capita di pensare: il dolore che parla solo col dolore, secondo me, non sa parlare.
Stavolta invece no. Questo libro è più che negativo: è totalmente privo di speranza. Un pozzo nero e viscido di cui non vedi la fine, che non ti offre la salvezza di un appiglio. Ma è proprio bello, c’è poco da fare. Lo dico un po’ controvoglia, ma lo dico. Continua →